Meno fretta nel dare e commentare le notizie

Taouil caso marocchino arrestato

Sacrosanto, Gilioli ha ragione. Qualche volta, può essere capitato anche a me, la fretta è diventata una malattia contagiosa. Farò più attenzione e se dovessi dimenticarmene, mi correggerete (nandocan) 

***di Alessandro Gilioli, 23 maggio 2015 – La foto qui accanto si riferisce al marocchino arrestato e al terrorista ricercato (somigliantissimi, eh?) ma per favore non pensate solo alla fretta con cui è stato commentato il caso Taouil, nelle prime ore.

Pensate a tutto il diluvio di tweet, glosse, analisi, dichiarazioni ed editoriali sbagliati che ci cascano in testa dopo una notizia che poi si rivela infondata o almeno incerta, parziale, imprecisa.

Pensate a come è stata commentata la vicenda dei profughi gettati dal barcone perché cristiani, che poi non era vera; o a quello che si è detto sul ragazzino che aveva aggredito una compagna perché aveva il crocifisso al collo, un’altra bufala. O ancora, pensate alla panna montata dal ‘Corriere’ sui giovani choosy che rifiutano un posto da 1.300 euro al mese, altra semplificazione al limite della balla che pure ha scatenato un bel filotto di sdegnati editoriali.

E sono solo le ultime storie che mi vengono in mente.

Ecco, in questo caso non ce l’ho con le “notizie che non lo erano”, cosa di cui si occupa da tanti anni Luca Sofri (il quale ci ha pure scritto da poco un libro). Mi riferisco invece all’usanza di commentare e opinare senza aspettare uno straccio di conferma, di verifica, di approfondimento: che forse è perfino un po’ più grave.

Più grave perché il meccanismo della notizia sparata in fretta anche se non accertata è orribile quanto volete ma difficilissimo da estirpare in un contesto di informazione rapidissima (internet, rullo dei tg etc) e di competizione a chi arriva per primo; mentre il commento è per definizione lo spazio della riflessione, del tempo che ci si prende per farci un pensiero in più, a bocce un po’ più ferme; e non ha nemmeno l’alibi del dover battere qualcun altro sul tempo. Semmai è vero proprio il contrario, cioè che un’opinione e un editoriale sono tanto più interessanti e articolati quanto più ampie e approfondite sono le ricostruzioni della notizia che ha fornito il gancio di cronaca, i suoi risvolti, le sue verifiche.

Sia chiaro, non ho da dare lezioni a nessuno in merito e sicuramente ci sono cascato anch’io. Non è che mi metto in cattedra quindi. Anzi, cerco di dirlo prima di tutto a me stesso, poi a chi vuole con me esercitare la buona pratica di bloccarsi le dita prima che corrano sulla tastiera a commentare: lasciando che un po’ di tempo trascorra e che si sappia qualcosa di più, prima di gettarsi a spiegare al mondo come stanno le cose.

Del resto, sono abbastanza certo che il mondo sia perfettamente in grado di aspettare qualche minutino in più prima di conoscere la nostra opinione.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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