Dalla rete degli studenti l’appello per una scuola buona per davvero

Per la frequenza con cui si fanno da noi le riforme della scuola, qualcuna di queste idee potrà essere tenuta presente da un altro governo tra un anno o due (nandocan)

Rete degli studenti medi***da http://www.retedeglistudenti.it, 22 maggio 2015 – Siamo studentesse e studenti di tante scuole italiane: alcuni di noi frequentano il liceo, altri l’istituto tecnico, altri ancora gli istituti professionali. Dalle grandi e spesso grigie città del Nord ai piccoli paesi del centro e del Sud Italia, viviamo contesti ed esperienze diverse, accomunati però da difficoltà e disagi che superano qualsiasi distanza. Ci hanno lasciati soli e abbandonati nel nostro percorso di crescita, sia dentro che fuori le mura scolastiche: ci siamo stancati!

La scuola dovrebbe essere gratuita e accessibile a tutti. I molti servizi che dovrebbero renderla tale, come le spese per i libri di testo, i trasporti e i pasti, ci testimoniano però una realtà diversa: la nostra scuola è poco accessibile.

Siamo costretti a scegliere il nostro futuro a tredici anni, venendo catalogati rigidamente in licei, istituti tecnici e professionali. Questa separazione diventa sociale, culturale ed economica, determinando una discriminazione tra studenti di serie A, B e C, secondo la legge fascista di Gentile del 1923.

Questa scuola ci insegna e poi ci valuta attribuendoci dei numeri, comparandoci senza considerare condizioni di partenza, percorso svolto e diversità di tempi e modi di apprendimento. Alla fine ci seleziona, ci dice se siamo idonei o meno agli standard e la soluzione per chi non ce la fa è ricominciare tutto da capo.

I percorsi sono prestabiliti: alcuni di noi sanno già che dopo le superiori andranno subito a lavorare, sempre che il lavoro si trovi, altri inizieranno l’università.

La nostra scuola dovrebbe essere “aperta” dalla riforma del 1996, ma in diciannove anni si è chiusa sempre di più, mancando i soldi e il personale per renderla accessibile il pomeriggio. Per gli studenti non è possibile organizzarvi attività autogestite. Anche avere un’aula studio è un problema.

Ancora oggi viviamo lo stesso modello educativo dei nostri nonni: lezioni discorsive, frontali, carichi di studio a casa pesantissimi, verifiche orali e scritte organizzate secondo le esigenze dei singoli docenti, il tutto moltiplicato per ogni disciplina. Questa didattica è trasmissiva e passiva.

In tutto questo, a dispetto dell’Autonomia, la nostra voce in capitolo nelle scelte chiave è minima o nulla, dall’offerta formativa della scuola all’organizzazione della didattica. La scuola di oggi non ci piace perché la subiamo, in ogni suo aspetto. Questo modello non funziona più nella società del III millennio, dell’era della globalizzazione e della digitalizzazione. Forse sarà anche a causa di questo che tanti di noi, appena possono, se ne vanno, non terminando il percorso di studi.

L’Italia distrugge in questo modo la possibilità per molti di noi non solo di essere cittadini istruiti, ma anche uomini e donne consapevoli.

Per questo vogliamo un cambiamento radicale della scuola a partire dall’idea che in quanto spazio pubblico, questo è spazio unico e inclusivo di tutte le forme di sapere, di imparare e di essere.

Il Governo sta elaborando la proposta della Buona Scuola. Noi proponiamo invece una scuola che non sia solo buona, ma fatta di tutti questi aggettivi: pubblica, inclusiva, accessibile, aperta, laica, democratica, giusta. Perché il vero cambiamento si fa con un disegno complesso e con una direzione precisa.

Oggi proponiamo questo disegno e vogliamo discuterlo: se qualcuno voleva davvero gli studenti protagonisti, oggi lo accontentiamo. E chiediamo ancora un tavolo di discussione e contrattazione. Se non saremo ascoltati, lotteremo per le nostre idee con tutti gli strumenti che abbiamo, finché non otterremo il cambiamento che vogliamo. Perché noi pretendiamo di essere protagonisti, non aspettiamo che qualcuno ce lo conceda.

Clicca QUI per le proposte della Rete degli Studenti

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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