Quando un pettegolezzo da bar si trasforma in una macchina del fango. La vicenda di Rino Giacalone

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Conosco Rino Giacalone e lo stimo per la generosità e il rigore che mette nel suo lavoro in un ambiente in cui l’onestà intellettuale è mal tollerata e la macchina del fango più spietata che altrove. La sua penna ha rivelato molte volte episodi di corruzione e collusione con la malavita organizzata. E per questo due anni fa ha subito una condanna per diffamazione. In Sicilia, come in tutte le zone d’Italia in cui alligna la mafiosità prima ancora che la mafia, un trattamento come quello da lui subito in questa occasione è purtroppo tutt’altro che un’eccezione. Essere accanto a lui e a tutti quelli come lui, come fa oggi Michela Gargiulo su articolo 21, è un dovere morale per ogni giornalista che si rispetti. (nandocan)

***di , 19 maggio 2015* – C’è un collega siciliano, si chiama Rino Giacalone. E’ un giornalista che si occupa di mafia, lo fa in un territorio difficile  dove scrivere è ancora un mestiere che ti può far correre dei rischi. Rino è un amico ma questo non significa niente. Posso dire che è un professionista, che ha seguito processi difficili e che non si è mai tirato indietro quando c’era una storia scomoda da raccontare. In mezzo alle difficoltà ha sempre risposto con un grande sorriso e ai colleghi “stranieri” ha sempre regalato notizie e documenti.  Qualche giorno fa, sui social,  dove nessuno sembra prendersi la responsabilità di quel che scrive  iniziano a girare strane allusioni ad un giornalista coinvolto in un’indagine. Nessun riferimento specifico, nessuna ipotesi di reato dichiarata solo un po’ di fango gettato su un collega di cui non  si fa il nome che avrebbe commesso chissà quali nefandezze.  I social sono una mezzo perfetto per far circolare un pettegolezzo da bar travestito da notizia tant’è che nel giro di pochi giorni si realizza la trasformazione: quelle poche frasi sibilline diventano un articolo.
Ecco che Rino Giacalone diventa il protagonista di un pezzo pubblicato su un giornale locale e subito dopo ripreso da una televisione locale. Si, è proprio lui il collega di cui si parla da giorni sui social, è su di lui che indagano perché avrebbe millantato conoscenze tali da risolvere un problema ad un amico imprenditore. Il pettegolezzo è diventato un fatto, “la procura non conferma e non smentisce” scrive il collega nel suo articolo e sappiamo bene quando viene usata questa frase.  La notizia viene rilanciata sulla Tv locale e Rino è a casa che ascolta senza potersi difendere le accuse che gli piovono addosso. L’ho sentito per telefono il pomeriggio dopo, piangeva Rino Giacalone.  Spero che chi di dovere si muova chiedendo il rispetto del codice e della deontologia professionale perché ci sono ancora regole e comportamenti da rispettare quando si insinua un’ipotesi di reato a carico di qualcuno. Oggi Rino Giacalone ha detto che ha avuto la conferma dalla Procura di Trapani che non risulta esserci nessuna indagine su di lui e io sono contenta. Contenta perché spero di veder tornare sul suo viso subito un sorriso e sentire la sua battuta pronta a cogliere l’aspetto surreale di tutta questa situazione ma so che non sarà così. La sua solitudine di questi giorni non sarà cancellata, mai dimenticherà l’attacco contro di lui che ha utilizzato la stessa arma che per lui era strumento di libertà d’ informazione. Io non difendo un collega ma un mestiere posto a garanzia in un sistema democratico e quello che è successo deve farci riflettere tutti e chiedo anche scusa a Rino per un silenzio durato troppi giorni.
Una collega che ti stima profondamente come giornalista e come essere umano

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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