Rom e tv. Falsi scoop e degenerazione del giornalismo

32465783

“Le interviste a pagamento sono una eccezione o una pratica diffusa?” si chiede  Beppe Giulietti, portavoce di Articolo 21, a proposito delle vergognose interviste televisive al finto Rom e al finto musulmano, pagato per raccontare il falso. Come è noto, in due programmi di Paolo Del Debbio su Rete Quattro – “Quinta Colonna” e “Dall’altra parte” – avrebbero mandato in onda la stessa persona mascherata: una volta pagata per fingere di essere un rom che vende macchine rubate, un’altra volta per dire di essere un musulmano a cui “non frega un cazzo” se i cristiani vengono sterminati. Il primo caso è stato scoperto e rivelato da “Servizio pubblico” , il secondo da Striscia la Notizia che ha addirittura intervistato l’attore in questione. Una volta scoperto, l’autore dell’imbroglio, Fulvio Benelli, non poteva che essere licenziato. Così è stato.

Quante altre volte volgari trucchi del genere per inventarsi uno scoop sono rimasti impuniti? Anche a me, come a Giulietti, “sembra difficile immaginare che il giornalista licenziato abbia ideato tutto da solo”.  Una conferma autorevole che non si tratta certamente di casi isolati viene, con l’articolo che segue, dal segretario nazionale della FNSI che, sempre su “articolo 21”, non usa mezzi termini per descrivere la degenerazione professionale ed etica della nostra categoria: “Notizie false o costruite a tavolino, conflitti di interessi, commistioni sempre meno occulte fra informazione e pubblicità sono ormai la normalità di una professione che ha smesso di indignarsi e di servire la verità per essere credibile agli occhi dei cittadini”.

La proposta di un Forum ad Assisi fatta da Giulietti  sarà certamente utile per richiamare al senso di responsabilità dei colleghi e direi anche per prendere definitivamente atto dell’impotenza del nostro Ordine a far fronte ai suoi obblighi istituzionali. Ma “guardarsi negli occhi”, diciamolo, non è sufficiente. Perché all’origine di queste pratiche non c’è soltanto l’ignoranza voluta di elementari obblighi professionali. La “spettacolarizzazione” della cronaca e del dolore, per riprendere una frase dell’ex segretario dell’Usigrai ,Carlo Verna, ha una motivazione strutturale che non si può fingere di non vedere. C’è, come ho già scritto altre volte, un conflitto di interessi oggettivo tra i doveri di lealtà e di rispetto della verità sostanziale dei fatti da un lato e una concorrenza commerciale sempre più dura sul mercato editoriale e pubblicitario. Che si tratti di Auditel o di copie vendute, a decidere sono quasi sempre i numeri.

Dunque l’indignazione occasionale non basta e ormai neppure l’appello al senso di responsabilità. E’ il legislatore che deve individuare e creare un interesse contrario a quello oggi prevalente. D’altra parte, se da più di vent’anni il Parlamento si rifiuta di esaminare una riforma dell’Ordine dei giornalisti che dia  tutela efficace al diritto dei cittadini ad essere correttamente informati, è perché nel mondo politico e imprenditoriale ci sono ancora molte resistenze a qualunque tipo di condizionamento del potere degli editori e degli interessi reali che rappresentano. Alle ultime elezioni dell’Ordine ho votato per una lista che aveva per motto “o si cambia o si chiude”. Ci sono novità?

***di  , 16 maggio 2015 – I giornalisti non hanno soltanto diritti. Hanno anche precisi doveri. A partire dal rispetto della verità sostanziale dei fatti, sancito dall’articolo 2 della legge professionale. L’unico che andrebbe salvato e trascritto integralmente in una nuova legge professionale arenatasi nelle secche del Parlamento, anche per l’azione di interdizione messa in atto – così si racconta – da sedicenti giornalisti preoccupati di perdere rendite di posizione (o posizioni di rendita) consolidate. Il richiamo ai doveri professionali è stato uno dei passaggi fondamentali del recente Congresso della FNSI, celebratosi a Chianciano. Almeno per quanto riguarda il sottoscritto, è un passaggio che nasce dalla consapevolezza che l’autorevolezza e la qualità dell’informazione si costruiscano assicurando dignità e decoro alla professione. La vicenda del finto Rom pagato per raccontare il falso in un’intervista televisiva è soltanto l’ultimo segnale in ordine dì tempo di una degenerazione della professione consolidatasi negli anni. Deve far riflettere che, in questo come in altri casi, il silenzio di chi per legge è il garante dell’etica e della deontologia professionale è stato assordante e che il richiamo alle regole sia arrivato dall’editore (quello che sindacalmente si chiama controparte), che non ha esitato a licenziare il giornalista.
Tutto questo è inaccettabile. La professione giornalistica deve ripartire dai propri doveri. Da quello sancito nella legge professionale a quelli affermati nel corso degli anni in numerose Carte deontologiche, dimenticate e calpestate pressoché quotidianamente. Se i giornalisti sono invisi all’opinione pubblica almeno quanto i politici un motivo c’è e va ricercato nell’ormai inarrestabile deriva della professione. Notizie false o costruite a tavolino, conflitti di interessi, commistioni sempre meno occulte fra informazione e pubblicità sono ormai la normalità di una professione che ha smesso di indignarsi e di servire la verità per essere credibile agli occhi dei cittadini. Occorre rialzare la testa. Ripartire da noi stessi, chiedendo con forza al Parlamento di rimettere in calendario la riforma della legge professionale, nella quale va ripreso con forza il tema della creazione di un giurì per l’informazione che tuteli l’opinione pubblica – non i giornalisti – dalle storture e dagli eccessi di chi inquina la professione.
La credibilità non è come il coraggio di don Abbondio. Se la nostra professione non ce l’ha perché tutti – anche semplicemente tollerando comportamenti sbagliati – l’abbiamo fatta precipitare, bisogna ritrovare la forza per tornare a darcela. La proposta di un forum dell’etica e della deontologia professionale da tenersi ad Assisi, così come proposto da Giuseppe Giulietti, non può che essere accolta e rilanciata. Più che metterci intorno ad un tavolo, dobbiamo tornare a guardarci negli occhi e a parlare di noi. Di quello che siamo e di quello che dobbiamo tornare ad essere se vogliamo dare un futuro al giornalismo professionale. Di questi temi occorre discutere con i Cdr – perché bisogna ripartire dalle redazioni – e con tutte le associazioni, da Articolo 21 a Carta di Roma, ma solo per citarne alcune, che hanno ancora a cuore l’etica della professione e della responsabilità

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti