Un servizio pubblico degno di questo nome. Appello al Presidente della Repubblica per la riforma della RAI.

cavallorai

***di , 15 maggio 2015

Egregio Presidente,

mai come ora la Rai ha avuto bisogno di un profondo cambiamento per tornare punto di riferimento civico e culturale al servizio del paese. La disaffezione dei cittadini, l’omologazione verso il basso di quanto prodotto, l’ingerenza della politica e il sistema economico di sfruttamento delle risorse ne sono la dimostrazione. Ridurre, il necessario cambiamento della Rai, alla variazione del numero dei consiglieri di amministrazione sembra un intervento inadeguato. Porre sotto il diretto controllo dell’esecutivo i vertici aziendali e il contratto di servizio, fa presagire una involuzione protesa ad avvantaggiare ulteriormente gli interessi particolari ai danni di quelli generali.
Non ravvisiamo nessuna novità in queste pratiche e come ci ricorda una vecchia canzone popolare il “ballo” rimarrà lo stesso indipendentemente dal numero dei ballerini se la musica che si suona non cambia.

L’associazione RAI BENE COMUNE -IndigneRAI-, è un’associazione apartitica e indipendente composta da dipendenti RAI e cittadini, nata proprio allo scopo di contribuire a ricondurre la Rai alla preziosa funzione di Servizio Pubblico perché, diversamente, questa azienda non avrebbe ragione di esistere.
Per questo ci rivolgiamo, in questo momento di riscrittura delle regole, a Lei che è la massima carica dello stato per chiederle di porsi ancora una volta a garante della Carta Costituzionale.
Le chiediamo di ricordare ad una politica fin troppo distratta che la Costituzione va rispettata e applicata. Gli articoli 21, 43 e 46 sembrano scritti proprio ad indicare la Rai che non è, ma che deve ritornare ad essere. Indipendenza, qualità e cultura devono essere i cardini su cui costruire un Nuovo Servizio Pubblico Multimediale capace, attraverso l’informazione, la cultura e l’intrattenimento di qualità, di sviluppare il senso civico, il progresso e la democrazia.

Parole come Pluralismo, Qualità, Legalità, Trasparenza ed Efficienza devono trovare nella Rai dei Cittadini la loro “casa” naturale, mentre ne devono essere estromesse le pratiche consolidate che hanno contribuito a portare il paese a questa condizione di degrado.

Siamo certi che la nostra richiesta non sarà inascoltata e che lei saprà farsi garante del BENE COMUNE presso il Parlamento indicando la strada per scrivere una Riforma del SERVIZIO PUBBLICO RADIOTELEVISIVO degna di questo nome e tramite essa di realizzare compiutamente il civile servizio fondamentale per i cittadini e per l’Italia.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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