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Sandro Ruotolo dopo le minacce dei boss. “Per fermarmi devono farmi fuori”.

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Sandro ha ragione. Più che ai giornalisti popolari come lui o Saviano, l’attenzione e la solidarietà, quella che abbiamo chiamato “scorta mediatica”, dovrebbero andare ai giovani cronisti “dei paesini della Sicilia, della Calabria o della Campania che rischiano la vita per dieci euro a pezzo”. E  può capitare invece il contrario, che cioè il giornalista meno conosciuto che fa coraggiosamente il suo dovere, sia lasciato solo dai colleghi o dal direttore e incontri, dentro e fuori del suo ambiente di lavoro, incomprensione e ostilità. Me lo confermava, tempo fa, Alberto Spampinato, fondatore e presidente di “Ossigeno” (Osservatorio FNSI-OdG sui cronisti minacciati e sulle notizie oscurate). Cosa fare allora per ridurre l’esposizione ai rischi e alle ritorsioni? Per prima cosa bisognerebbe convincere tutti, opinione pubblica e uomini delle istituzioni, che l’insicurezza dei giornalisti compromette la sicurezza dei cittadini. La protezione deve essere legislativa, organizzativa, economica, legale, procedurale. Una serie di proposte sono state formulate nel febbraio 2015 proprio da “Ossigeno per l’Informazione Onlus” alla Commissione Parlamentare Antimafia. Chi è interessato può leggerle qui (nandocan)

intervista di , 9 maggio 2015 *  – “’O vogl’ squartat’ vivo” è stato il commento intercettato del capo dei Casalesi Michele Zagaria rivolto a Sandro Ruotolo dopo la sua intervista a Carmine Schiavone. Ruotolo, in esclusiva ad Articolo21 rivela un altro episodio inquietante: “Nell’intervista che ho fatto a Schiavone a Casal di Principe eravamo su uno dei terreni al di sotto dei quali, a suo avviso, ci sono dei rifiuti nascosti. Io volevo saperne di più e quando ho cominciato a fargli domande specifiche mi ha detto: “vuoi fare la fine di Ilaria Alpi?”

Proprio ieri alla presentazione del premio di giornalismo di inchiesta “Giustizia e verità – Franco Giustolisi” il presidente del Senato Pietro Grasso ti ha manifestato la sua vicinanza a seguito delle minacce ricevute.
Gli sono grato perché in momenti come questi la solidarietà non retorica dei vertici istituzionali non può che far piacere. Io sono di una generazione di persone che crede nelle istituzioni e nei valori della Costituzione. Sono iscritto all’Anpi e mi ritengo un “partigiano della Costituzione” e per questo sono molto riconoscente al presidente del Senato.

Grasso ha sottolineato anche i rischi che corrono “i giornalisti veri  nella lorobattaglia quotidiana tra il dovere dell’informazione e la pretesa del silenzio, in cui si arriva a minacce, intimidazioni, querele temerarie”.
Io sono un giornalista popolare e come ben sai ho già subito altre minacce. Ma più che di me sono sempre più preoccupato del giovane cronista dei paesini, della Sicilia, della Calabria o della Campania che rischiano la vita per dieci euro a pezzo. Il mio pensiero va a loro. Per questo è necessario accendere i riflettori sul pericolo che corre un giornalista meno conosciuto nel fare il suo lavoro. Non devo e non voglio essere un simbolo, semmai un punto di riferimento per quei colleghi, quei giornalisti e quei cittadini che rivendicano un giornalismo indipendente e che vogliono veder difeso l’articolo21 della Costituzione.

“’O vogl’ squartat’ vivo” è stato il commento intercettato del capo dei Casalesi Michele Zagaria dopo la tua intervista a Carmine Schiavone. Una minaccia che ti aspettavi?
Se devo dirti la verità no, non me l’aspettavo. Dopo la cattura di Jovine e Zagaria si dava un pò per scontato il declino di quel clan e si dubitava che fossero ancora “operativi”. Ma occupandomi proprio in questi giorni dell’inchiesta sulla metanizzazione nell’agro aversano, parlando con i magistrati e gli investigatori si è disvelato un quadro allarmante: ci sono trecento camorristi liberi sul territorio e la partita dei grandi appalti non è del passato ma è assolutamente attuale e non abbiamo ancora scoperto tutti i rapporti dei clan dei casalesi con la politica. E non c’è solo Nicola Cosentino…
E ho capito perché lui mi vuole vedere morto: Zagaria non è pentito e ha bisogno di vedere intatto il suo spessore e carisma criminale. E se tu nei suoi uomini immetti il dubbio che lui, durante la latitanza se la faceva con gli sbirri lui perde credibilità e autorevolezza!
C’è poi un particolare del reportage che lì per lì avevo sottovalutato.

Qual è?
Nell’intervista che ho fatto a Carmine Schiavone a Casal di Principe eravamo su uno dei terreni ,al di sotto dei quali, a suo avviso ci sono dei rifiuti nascosti. Io volevo saperne di più e quando ho cominciato a fargli domande specifiche mi ha detto: “vuoi fare la fine di Ilaria Alpi?” Quella parte dell’intervista non l’ho neanche montata perché in quel momento non gli avevo dato peso. Ne parlai, en passant, con l’avvocato Domenico D’Amati (che difende la famiglia di Ilaria Alpi) e lui mi disse che mi avrebbe fatto convocare dal magistrato. Ma al momento non ho ricevuto alcuna convocazione…

Ti sono arrivati tanti messaggi di solidarietà attraverso l’hastag #iostoconsandro
Sono stati decine di migliaia, non meno di centocinquantamila persone tra il web e i social network. Personaggi, istituzioni e associazioni tra le più diverse. Erri de Luca, Piero Pelù, Rosy Bindi, solo per citarne alcuni. I sindaci di Napoli, Palermo, Bari, Lampedusa, gli operai del Sulcis la Federconsumatori,  la Lega delle cooperative… Questo per dire che il tema della libertà di informazione è molto sentito dall’opinione pubblica.

Articolo21 ha chiesto che, accanto alla scorta tradizionale, è fondamentale che si realizzi una “scorta mediatica” e che i giornalisti facciano rete per pubblicare le tue denunce e le inchieste scomode di chi si occupa di criminalità e dei suoi intrecci.
Io sono molto critico con i miei colleghi. Se io sono esposto o lo sono coloro che fanno questo tipo di denunce è anche per colpa di molti dei miei colleghi. Dico “chapeau” a quanti, tra quelli che lavorano “per strada”-  e che magari non la pensano come me – mi hanno scritto o telefonato ma di tanti altri, e della solidarietà generica, ne faccio volentieri a meno. Capisco il “tengo famiglia” ma non lo accetto. C’è un conformismo strisciante nella nostra categoria, un conflitto di interessi imperturbabile e irrisolto con il potere politico. Ieri vince il centro destra oggi il centro sinistra e nei grandi giornali italiani non c’è spirito critico. La solidarietà formale mi fa piacere ma io vorrei vedere un giornalismo italiano che prenda seriamente le distanze dai poteri.

Continuerai con le tue inchieste nonostante le minacce?
Certamente. Sono quarant’anni che faccio questo mestiere cercando di tenere bene in mente il principio del dovere del giornalista di informare e del diritto dei cittadini di essere informati. Per questo continuerò su questa strada senza alcun tentennamento. Per non farmelo fare più hanno una sola strada da percorrere: farmi fuori…

*da articolo 21

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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