Vitalizi: la “mezza” vittoria della società civile

Marnetto Massimo 1*** da Massimo Marnetto, 7 maggio 2015 – Mezzo milione di firme hanno costretto il Parlamento a revocare i vitalizi ai parlamentari condannati.

Una vittoria della società civile, perché dietro alla petizione lanciata da Libera, c’è l’impegno di tante altre associazioni e di cittadini, che si sono unite per raggiungere questo obiettivo.
Insomma, la coalizione sociale è da tempo partita, senza fare un partito. Come invece molti davano per scontato con il sorrisetto di chi la sa lunga. Certo, ha aiutato la sensibilità dei presidenti Grasso e Boldrini (e anche le imminenti elezioni regionali), ma senza la forte spinta di un’ampia base di cittadinanza organizzata, tutto sarebbe finito nel dimenticatoio.
Tutto bene allora? No, Il politico furbo perde il pelo, ma non il vitalizio
Infatti, la lobby dell’opaco ha annacquato il provvedimento, aprendo spiragli per i riabilitati – quesito non richiesto ai costituzionalisti pagati lautamente per i loro pareri preventivi – e non considerando coloro che abbiano subito condanne minori di due anni. Questo è il punto più ambiguo della vicenda, perché fa dipendere l’ “onore” dell’onorevole non dall’aver comunque oltrepassato  il perimetro della legalità, ma dall’intensità del reato commesso.
Ma anche con queste ombre, il provvedimento contro i vitalizi ai condannati è incoraggiante. Perché fa capire l’importanza della partecipazione  dal basso. Cioè che  sempre di più dovremo essere noi elettori organizzati a ripulire la politica dalla ricettazione del consenso. Visto che i partiti  non filtrano più i propri candidati, anche se portano  voti malati.
Insomma, la qualità della politica migliora, solo se noi cittadini iniziamo ad occuparcene con metodo.
Massimo Marnetto
Libertà e Giustizia di Roma

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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