Antonio Sicilia: La mia tessera PD non ha più senso.

 Quanti, fra gli iscritti al PD, potrebbero scrivere parole come queste? Molti, credo, ma “il problema – ha ragione Antonio a precisarlo – non è uscire o meno. Il problema è dove ci sta portando Renzi”. In una direzione decisamente diversa, per non dire opposta, da quella che avevamo imboccato otto anni fa. Se ho deciso di non arrendermi e di aspettare ancora un po’ di tempo prima di  trarre le sue medesime conclusioni è perché nel mio circolo del PD centro storico di Roma rimane ancora, nonostante tutto, la possibilità di un confronto libero di idee e di proposte per tentare un rinnovamento della politica a partire dalla base e dal territorio. Del resto, ho riflettuto per cinquant’anni prima di iscrivermi per la prima volta a un partito, posso riflettere ancora qualche mese prima di uscirne. Mantengo tutta la mia stima per Civati, per il quale ho votato, e così pure la mia adesione all’associazione “è Possibile”. Non è l’esempio dei notabili della “ditta” a trattenermi ancora nel Pd, ma semmai la costanza di Fabrizio Barca nel portare avanti il suo disegno di partito-palestra, decisamente alternativo al “partito della nazione”. Proprio in questo mese termina l’esperimento dei “luoghi idea(li)” e Matteo Renzi  insieme a tutto il gruppo dirigente del partito sarà invitato a prendere posizione su un nuovo modello di democrazia interna. Nel frattempo, un deciso cambiamento di rotta nella riforma del senato forse è ancora possibile. Non ci vorrà molto tempo per capire se la sinistra, come ripete Bersani, “esiste ancora in natura” oppure no (nandocan).

Sicilia Antonio***da Antonio Sicilia, 8 maggio 2015 – Scrivo. Poi cancello.
La verità è che non ci sono troppe parole da spendere.
Nel Partito maggioritario ci abbiamo sempre creduto tutti. Ad una condizione però.
La salvaguardia del pluralismo interno.

Veniamo invece da un anno duro, durissimo.
La minoranza dem è stata ignorata e spesso umiliata. Basterebbero gli epiteti utilizzati dal premier in questi mesi per sintetizzare il rapporto maggioranza – minoranza nel Partito.
La larga vittoria di Renzi al Congresso si è subito trasformata in una Segreteria arrogante prima e in un Governo arrogante poi.
Un climax ascendente culminato nella fiducia sulla legge elettorale, nella riforma della costituzione a colpi di maggioranza.

Il problema non è Civati fuori dal PD.
Il problema sono le battaglie politiche, di cui Civati è simbolo, che nel PD non trovano più cittadinanza.
Consumo di suolo zero, diritti civili, legalizzazione della cannabis, uguaglianza prima del merito, il coraggio di una netta collocazione politica, una lotta decisa alle mafie e alla corruzione.

“Traditore” leggo in molti commenti indirizzati a Civati nella galassia social.
Guardiamoci negli occhi.
Tradisce chi rispetta il programma elettorale con il quale è stato eletto o chi riforma il mercato del lavoro con Sacconi?

L’informazione ha spesso descritto i “civatiani” come elettori disposti a dire sempre di no. Niente di più falso. Abbiamo passato questi mesi a proporre continuamente, cercando di trasformare in realtà le 70 pagine di quella splendida mozione congressuale.

Un #PDiverso non è stata solo un’utopia per me. Nei mesi della campagna congressuale, ho visto il meglio del Paese darsi da fare per portare più gente possibile a votare per le primarie.
Tutti avevamo un obiettivo. Far finire al più presto le larghe intese. Triste illusione. Continuano e continueranno fino al 2018.

Il problema non è uscire o meno. 
Il problema è dove ci sta portando Renzi.

Dal 2007, dall’età di 18 anni, ho dato tempo e passione a questo partito. Ho scelto di essere qualcosa di più di un semplice elettore, tesserandomi al PD e credendo nel potere e nella bellezza del dibattito nei circoli.

Oggi invece, solo 8 anni dopo, i Circoli vanno scomparendo. Il PD si sta tramutando in un comitato elettorale da montare e smontare in vista delle campagne elettorali. Il tutto nel silenzio generale.

Sento forte il bisogno di un programma politico chiaro, di radici culturali su cui fondare il mio voto, di un panorama di valori in cui crescere politicamente, di occasioni costanti di consultazione e dibattito.
Per ora vedo solo la voglia di vincere e governare a tutti i costi, imbarcando chiunque in un mare di indistinzione.
Una strategia che premia nel breve periodo, ma non progetta, non crea un futuro migliore per chi verrà.

Per questo ho deciso di non rinnovare la tessera del Partito Democratico.
Non é una decisione scaturita solo dall’addio di Pippo.
Parte da lontano, da una delusione strisciante che non mi abbandona dalla vittoria del Congresso di Renzi.
È una decisione triste, tristissima. Per me la tessera ha rappresentato una sfida entusiasmante: cambiare il PD dall’interno per cambiare il Paese.
É una sfida impossibile senza la tutela del pluralismo interno, ai tempi del pensiero unico renziano, superficiale e intriso d’ottimismo spiccio.

Rinunciare alla tessera non significa rinunciare ad una cittadinanza attiva. Non smetterò di fare quello che ho sempre fatto nel mio piccolo.
Avvicinare donne e uomini a temi, contenuti e battaglie.

Puntare a stabilizzare il 40% prendendo la via del Partito della Nazione, senza guardare ad astenuti, donne e uomini di sinistra.
Questa è una via che non posso percorrere.

La politica non può essere un costante compromesso con la propria coscienza.  I fascisti e il “sistema Gomorra” con il PD in Campania, una riforma del mercato del lavoro condivisa da Sacconi, patti costituzionali elaborati con Verdini.

Non va via nessuno. Nessun addio.
É il Partito che è andato via da noi, rapito dalla deresponsabilizzazione, dal facile fascino di un deus ex machina sorridente e ottimista capace di tirarci fuori da ogni problema. Un’illusione comoda in cui non voglio più affogare silenziosamente.  

Sono i temi e le battaglie che fanno una casa.  E io sotto questo tetto soffro ormai solo di un’incessante claustrofobia. Una claustrofobia che diventa asfissia senza Civati e la sua capacità di rappresentare alcune istanze che considero fondamentali in un partito di centro – sinistra.

E a chi mi dice: “Ma Antonio con Renzi si vince” rispondo che preferisco perdere piuttosto che perdermi.

Ritroviamo il piacere delle sfide collettive, dei valori condivisi. Ritroviamo un’identità politica comune.
Liberiamoci dal gomito del selfista e rivolgiamo l’obiettivo verso chi non ha più fiducia.

È il momento del coraggio. Rinchiudersi in comodi e complici silenzi non ha più senso.

Il pluralismo ormai non è più un valore in questo PD. La mia tessera non ha più senso.

*il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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