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Ascoltare la scuola è la mossa del cavallo

Tocci Walter

Renzi ha promesso di ascoltare la protesta e ha incaricato il PD di incontrare le associazioni che l’hanno proposta. Vedremo, dice Tocci dopo avere illustrato il suo punto di vita, e prudentemente aggiunge:” sempre che sia ascolto vero e non una consultazione per confermare posizioni già assunte”. Forse sbaglio, ma se il premier-segretario continua a non dare ascolto a persone sagge e competenti come Walter Tocci, prima o poi, forse prima che poi, andrà a sbattere (nandocan).

***di , 6 maggio 2015 – Stamane si è tenuta una riunione dei parlamentari Pd con il premier Matteo Renzi sulla scuola. Lo scopo era valutare il da farsi dopo la grande manifestazione che ha espresso con tanta intensità i disagi e le aspettative del mondo scolastico.
Ho rivolto parole sincere al premier, facendogli notare come si trovi di fronte a un bivio: può scegliere di ripetere un film già visto, oppure stupire l’opinione pubblica. Forzare la mano imponendo una legge non condivisa dagli interessati sarebbe come una ripetizione del voto di fiducia sulla legge elettorale. Non aggiungerebbe nulla alla solita narrazione sull’interminabile duello con gli oppositori. Anzi, il vecchio film rischia a un certo punto di annoiare.
Ci sarebbe invece l’occasione per dimostrarsi un leader che sa usare diversi strumenti di governo, anche quelli più dialoganti. A Renzi ho ricordato che stavolta non può piegare il mondo della scuola stringendolo in una morsa mediatica come avvenuto nei precedenti conflitti, dal Jobs Act all’Italicum. Non è possibile perché quel mondo ha un forte senso di appartenenza ed è dotato al suo interno di un formidabile tam tam comunicativo, che dopo un avvio lento è riuscito a coinvolgere milioni di persone. C’è stato un forte dibattito in rete, con documenti spesso efficaci e ben argomentati, a volte con con critiche infondate o con timori che vanno oltre le intenzioni governative, ma nel complesso questo fenomeno è riuscito a scoperchiare le contraddizioni del testo legislativo.
Come se ne esce? Non credo possa bastare una strategia emendativa. Occorre la mossa del cavallo che cambia il gioco. Ci vuole un reset che elimini le mosse sbagliate e crei una nuova occasione di dialogo. Ecco la mia proposta: approvare rapidamente le norme sulle assunzioni e sull’organico funzionale, tenendo conto delle obiezioni fondate, assicurando l’assorbimento del precariato nel prossimo biennio e impedendo che si possa riformare in seguito. In questo modo si porta una buona notizia nelle scuole, si motiva all’impegno didattico una nuova generazione di insegnanti, si utilizzano subito i soldi stanziati meritoriamente dal governo.
Questa mossa ripristina un clima sereno e ci offre il tempo per riscrivere il resto della legge senza l’affanno della scadenza di settembre. Le cose da cambiare sono molte, e quella degli emendamenti sarebbe una strada difficile perché il testo è scritto malissimo, con un miscuglio di superficialità ministeriale e sicumera ideologica.

Bisogna ripensare da capo la legge ribaltando almeno tre impostazioni sbagliate.

1. Eliminare la burocraziaA Viale Trastevere si è perso un anno di tempo senza alcuna capacità innovativa. Si ripete il vecchio schema degli annunci di riforma epocale che poi si tramutano in un’alluvione di burocrazia.
Sono previste una ventina di deleghe che produrranno altrettanti – forse più – decreti legislativi, ciascuno in media di 30 pagine di norme, a cui seguiranno altri decreti amministrativi e circolari ministeriali. Alla fine del processo le scuole riceveranno un tomo di circa mille pagine di prescrizioni e passeranno i prossimi anni a interpretarle; anche ammesso che siano regole perfette, produrranno confusione e paralisi organizzativa. Già nelle precedenti riunioni chiesi di mettere un freno a questa ossessione legislativa. Ora vedo che finalmente si intende ridurre il numero delle deleghe, ma purtroppo seguendo la stessa logica. Per chiamarla davvero riforma bisogna cancellare mille pagine di norme già in vigore e dare fiducia alle comunità scolastiche.2. Non serve l’ideologia del capoC’è da ripulire il testo dalla patina ideologica che si è depositata in questi mesi. Il bravo preside non ha bisogno di norme per guidare la scuola, è in grado di esercitare una leadership che convince e coinvolge gli insegnanti al fine di raggiungere gli obiettivi. Mi è capitato di conoscerne alcuni che sapevano dirigere il collegio docenti come fosse un’orchestra. Piuttosto è il preside inadeguato ad aver bisogno dei poteri previsti da questa legge per imporre le scelte sbagliate, o peggio ancora i favoritismi. La leadership non si ottiene per legge, anzi la burocrazia ostacola i dirigenti capaci e rafforza i mediocri. Se si vuole valorizzare il ruolo dei presidi occorre sostituire quelli che non sono in grado di svolgere quel difficile mestiere ed elevare la qualità degli altri con la selezione, la formazione, il tutoraggio e il controllo di merito.3. C’è un allarme diseguaglianza

Infine, si dovrebbe badare alla sostanza educativa, più che alle forme legislative, per affrontare le vere sfide: preparare i giovani al mondo nuovo che si trovano davanti e rimuovere le diseguaglianze che si ripropongono in forme gravi. Il vero allarme che dovrebbe preoccuparci è la perdita di studenti non solo nella scuola dell’obbligo, con tassi di abbandono tra i più alti nei paesi europei, ma anche con il crollo delle immatricolazioni universitarie, soprattutto nel Mezzogiorno e nelle periferie sociali. La proposta di legge sottovaluta la questione e affida la rimozione di queste barriere all’autonomia scolastica, ma è uno scarico di responsabilità da parte dello Stato che rischia di aggravare le diseguaglianze. Si fraintende il significato della valutazione – strumento prezioso per l’autoconsapevolezza della scuola ma al tempo stesso portatore di effetti devastanti se utilizzato male.
Se si finanziano solo le buone scuole e si definanziano quelle in affanno, si applica una logica che impoverisce il sistema, abbassando la qualità media nel giro di pochi anni. Il difficile compito di una riforma consiste proprio nell’aiutare le scuole in difficoltà a uscire dalla trappola dell’inadeguatezza, senza sprecare risorse.

Di questi e di tanti altri problemi si è discusso nella riunione dei parlamentari. Dai colleghi sono venuti contributi utili, anche di diversa ispirazione, ma tutti mossi dalla sincera volontà di migliorare il testo legislativo e di ritrovare un dialogo con il mondo della scuola.

Non credo di aver convinto Renzi a seguire la mossa del cavallo, almeno non nella forma della mia proposta. Però è positivo che abbia concluso la riunione proponendo di affidare al Pd il compito di incontrare tutte le associazioni che hanno promosso la manifestazione. È sempre positiva la decisione di ascoltare la scuola – sempre che sia ascolto vero e non una consultazione per confermare posizioni già assunte.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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