Ballottaggio: il grande imbroglio

Longoni Ferdinando***di Ferdinando Longoni, 6 maggio 2015 – E così abbiamo il nuovo sistema elettorale (NSE) per la Camera dei Deputati, meglio noto come Italicum!

E’ stato venduto come un notevole miglioramento rispetto al capolavoro caldiroliano, noto, per ammissione del suo stesso autore, come Porcellum (che però riguardava, seppur con modalità diabolicamente diverse, entrambi i rami del Parlamento). Il miglioramento sarebbe nella soglia per ottenere il premio di maggioranza, che nel Porcellum non c’era. Occorre almeno il 40% perché una lista ottenga 340 seggi.
Detta così, effettivamente potrebbe sembrare un notevole passo avanti (aumentato dal Senato, che lo ha fatto passare dall’originale 37% a 40%).
In realtà il trucco c’è (e si vede; basta non bendarsi gli occhi): si chiama ballottaggio

Il ballottaggio è un meccanismo pensato per cariche monocratiche: il Presidente della Repubblica Francese, il Sindaco di Milano, il titolare di un collegio elettorale (deputato o senatore). Quando la scelta del candidato alla presidenza avviene al secondo turno, tra i primi due del primo turno, la composizione delle assemblee è già stata definita al primo turno. Al massimo (come nel caso del sindaco) si può avere un ragionevole premio (il listino).

Nel caso del NSE della Camera in cui si sceglie con metodo apparentemente proporzionale la rappresentanza del popolo sovrano (si fa per dire) il ballottaggio non ci azzecca e la rappresentatività va a farsi benedire. Un semplice esempio, volutamente estremizzato per evidenziare l’assurdità dell’Italicum, approvato in via definitiva dalla camera il 4 maggio:

Supponiamo che si presentino 10 liste. La lista A prende il 16%, la lista B il 12% e le rimanenti 8 liste prendono il 9% ciascuna. Vanno al ballottaggio A e B e adesso non si tratta di scegliere il migliore (o il meno pericoloso) tra due candidati che devono governare, Tizio o Caio, ma tra due liste, ossia in pratica tra due partiti, che rappresentano complessivamente, in questo paradossale esempio, solo il 28% della cittadinanza, dai quali il rimanente 72% potrebbe non sentirsi per niente rappresentato nella sede legislativa (non stiamo parlando di quella esecutiva!). Con il secondo turno, indipendentemente dall’affluenza, la lista B, che rappresenta solo il 12% del Paese, potrebbe trovarsi con ben 340 seggi (dei 630) .

Mi si dirà che nella realtà i numeri non saranno questi. Quasi certamente, ma ciò non toglie che il principio della rappresentatività (al quale mi sembra che anche la Consulta si sia ispirata nella sentenza che ha bocciato il Porcellum) va a farsi friggere. Con buona pace dei Padri costituenti. Altro che bilanciamento tra rappresentatività e governabilità. Qui si rischia di legittimare la dittatura di una minoranza!

La vera soglia per poter concorrere al premio di maggioranza non è il 40%, ma, di fatto, il 3% di ingresso!

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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