Calabresi con Renzi nel “paese del sì”. Con il Caffè del 4 maggio

Mineo Corradino alganews

Quello che ha evitato di fare la polizia, che con intelligenza questa volta ha saputo distinguere e separare il corteo dei black bloc dalla protesta pacifica dei no Expo, cercano di fare i giornalisti  “benpensanti” come Calabresi sul quotidiano torinese “La Stampa”, contrapponendo a non meglio identificati”cultori del no”  un immaginario “Paese che dice sì”, in un accorato appello  ai buoni sentimenti. Sì a chi e a che cosa? Sappiamo tutti che non c’è sì senza no, e quali siano oggi questi no da gridare ce lo ricordano in tanti e non solo Mineo. Così come non si può indulgere a chi per dire dei no si mette a incendiare auto e a spaccare vetrine. Ma c’è anche il “sissignore” e anche da quello bisogna guardarsi. Perché nel libero confronto dei sì e dei no consiste la democrazia. Il resto è confusione e retorica (nandocan).

***di Corradino Mineo4 maggio 2015 – Milano mia, portami via. Per un giorno, in piazza con il sindaco, in strada a pulire, i milanesi hanno regalato a Vecchioni le sue “Luci a San Siro”. Trovo molto bello, utile, portatore di speranza, questo riunirsi intorno alla città ferita. Milano, sguardo maligno di Dio, diceva Dalla, e Gaber cantava la Porta Romana o il Giambellino d’un tempo. Ventimila, Miracolo a Milano. Erano la maggioranza silenziosa che sfilò contro il maggio francese, come scrive Stefano Folli? O ha ragione Mario Calabresi, che fa la sintesi con i comizi del Premier ed esulta per la “rivincita del paese del sì”. Può darsi che ci sia anche questo, ma il sentimento che leggo in quel “Nessuno tocchi Milano” è più sfumato e complesso. Non ho visto la Milano da bere e neppure la Milano del foeura de ball. Più che dire sì, m’è parso che i milanesi chiedessero qualche no, ma sobrio e intelligente. Ha ragione Magris: “La violenza  è un appetito che vien mangiando, che si accende perché può infuriare impunemente. Dare una spranga in testa al prossimo non è un bisogno umano, come la fame o il sesso; è un prodotto artificiale”. La violenza la si è lasciata crescere anche per via del senso di colpa – giustificatissimo dopo il G8 di Genova. E poi “viene il sospetto – ancora Magris – che in Italia qualcuno si rallegri del polverone, magari sanguinoso, che svia l’attenzione da altri problemi”. 

 Troppo tardi, troppo poco. Piero Ignazi, su Repubblica, condanna le minoranze Pd: avrebbero dovuto parlar chiaro prima sulle riforme istituzionali ed elettorali. Oggi alle 16 manifesteremo in piazza Montecitorio, ma è tardi. Per la verità qualcuno l’aveva detto l’8 agosto 2014 e ripetuto il 27 gennaio 2015, che una riforma così non c’era né sarebbe passata in nessuna democrazia liberale. Ma “senatori che scaldano la poltrona”, “gerarchia dei Min”, “non lascio il paese in mano a Mineo” (sic!), battute, e tutti avevano riso. Ora molti hanno aperto gli occhi e gli autori di questo scempio si arrampicano sugli specchi. D’Alimonte dice alla Stampa che i sistemi maggioritari di Francia e Inghilterra possono premiare una minoranza ancor più dell’Italicum. Lì, però, i deputati si eleggono nel collegio e gli elettori determinano la scelta, da noi saremo chiamati a investire un Capo Supremo.  C’è “l’elezione diretta del premier, de facto”, ammette l’ideologo, ma la forma del governo resta parlamentare, così, in teoria, la Camera dei nominati potrebbe sfiduciare il Premier. Molto in teoria. 

Senza ddl scuola, 100mila a rischio (Repubblica). Il nuovo potere ragiona così. Non voti la delega al governo? Non avrai i 100mila assunti delle graduatorie a esaurimento. Un invito alla guerra tra i precari e un avvertimento a Cgil, Cisl, Uil domani manifestano a Roma. “La riforma privilegia i più ricchi e divide i precari”, dice Susanna Camusso. “Emerge una scuola che non ha più una funzione di carattere generale”, “elitaria, senza diritto allo studio” e che “lede la libertà d’insegnamento”. Ma Nando Pagnoncelli, Corriere, certifica che il 72% degli italiani non conosce nel merito la riforma. Così l’81% si dice favorevole all’assunzione dei precari (di quei precari o di tutti i precari?) e il 56% non si  oppone agli “ampi poteri previsti per presidi e direttori scolastici per ridurre le lungaggini burocratiche”.

Ecco il nodo, il Premier-Segretario usa la stanchezza del passato e la sua capacità di spianare gli avversari, per imporre riforme senza discuterne il merito. Se la sinistra, tutta, non saprà opporsi a questo disegno autoritario (ma anche povero e velleitario), e non saprà informarne i cittadini, allora sarà complice. Il ritardo non è un alibi. 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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