Ragazzi del 43

Marnetto miniatura***da Massimo Marnetto, 2 maggio 2015 – Eccola la fila lunga, lunghissima di ragazze e ragazzi che hanno studiato, che vogliono lavorare, per sposarsi o farsi la loro vita, che vogliono avere la soddisfazione di dimostrare che possono iniziare ad essere utili a se stessi e agli altri.
Sono i ragazzi del 43,  cioè del  43% di disoccupazione giovanile. Quelli che porterebbero freschezza, innovazione ed entusiasmo nel lavoro. Se solo ne avessero uno. A questi giovani – senza opportunità  e senza sorriso – i vecchi al governo del Jobs Act e con vitalizi dicono che c’è ancora molto da aspettare, perché non si possono colpire gli amici evasori e corruttori, per trovare i soldi con cui lanciare programmi seri di politica industriale, per le innovazioni e le assunzioni.
Ai giovani che hanno progetti ma non rolex, i vecchi del Governo del fare dicono che devono imparare a rinunciare al meglio, vivere alla giornata, lavorare in nero o con le tutele crescenti gnome, ruspando le briciole che cadano dalle tavole dei privilegiati.
Pensando ai “ragazzi del 43” – ho passato la Festa del Lavoro con una grande tristezza. E vergogna.
Perché io – che ho un lavoro a tempo indeterminato e senza tutele crescenti gnome – mi sento gli sguardi dei ragazzi nella lunga fila, addosso.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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