Orbi (dei giornali) et Urbi.Povera Milano!

Mancano i giornali ma il caffè di Mineo è più gustoso che mai (nandocan)

Mineo Corradino***di Corradino Mineo2 maggio 2015 – L’Italia s’è desta. “Ah, li avete messi là, i gufi”, all’indirizzo di Prodi e Bindi. “Siam pronti alla vita”, cantano i bambini in coro correggendo Mameli, “Oggi inizia il nostro domani”. 200mila visitatori, padiglioni quasi pronti, tanta retorica. Cambio di scena: il fumo si leva in cielo, agili figure travestite di nero spaccano, imbrattano, si aggirano tra auto in fiamme. Indisturbati. Niente cariche, poco sangue: la polizia li tiene lontani dagli obiettivi sensibili ma li lascia fare. In serata si sfogano gli assenti: “via il ministro, dimissioni”, “se prendono il corteo in ostaggio proibiamo i cortei”. Parole affilate che vorrebbero far danno – e non ci riescono – più delle molotov e dei bastoni. Intanto i milanesi (alcuni) puliscono muri e strade come i genovesi dopo l’alluvione. Il sindaco vuole i colpevoli, chiede risarcimenti per la sua città.  

È cominciato il presente. Con una linea come quella bianca che gli arbitri tracciano sul prato verde per la barriera. Di qui il grande partito della costruzione, quello che si celebra contro critici e disfattisti, dall’altro il partito della distruzione. “Gli #idiotineri dice Gramellini, ma dietro di loro rosiconi e anti sistema, buonisti e chi invoca – come in Ungheria – la pena di morte. L’Italia e l’anti Italia, ma nessuna delle due ha orecchie per il Papa che condanna “il lavoro indegno che rende sporco il pane dei corrotti” e chiede invece “la dignità del lavoro per fratelli e sorelle, per cristiani e non cristiani, per milioni di persone che hanno fame”. A nessuno importa che i sindacati abbiano ritrovato, ieri, una parvenza di unità a Pozzallo, di fronte al mare che annega le speranze dell’Africa, e nessuno intende la voce flebile del Presidente della Repubblica  che è tornato a chiedere (a chi, al governo?) “dialogo con le forze sociali”.

L’America è in fiamme. A Baltimora 6 poliziotti sono stati accusati di omicidio per la morte di Gray, scrive New York Times. Una rivolta nera così imponente non si vedeva dal 1968, da quando fu assasinato Martin Luther King. Un Presidente nero e i neri che insorgono contro polizia e tribunali. I neri che avevano sperato, come l’intera middle class, di essere inclusi nel sogno. Obama, che avevano votato, ha investito soldi pubblici, è riuscito a ridurre la disoccupazione, ha marciato a Selma 50 anni dopo il Bloody Sunday razzista. Ma il lavoro resta precario, i ricchi sempre più ricchi, la scala sociale s’è inceppata, il poliziotto diventa cattivo, il ragazzo nero sempre più incazzato. In Inghilterra, a Liverpool, vanno di moda contratti ultraflessibili: per 7 sterline l’ora il lavoratore deve restare a disposizione tutto il giorno, ma lo chiamano (e lo pagano) per le ore che servono: le altre le passa in attesa, in un pub: una birra davanti, l’occhio che sbircia il televisore, il telefono in tasca che prima o poi suonerà. Supermercati e superfarmacie, donne sotto i 25 e uomini over 65 sono i protagonisti di questo English work, che è solo la punta dell’iceberg dice Neil Lee, economista della London School of Economics.

Cronache dalla guerra. Che talvolta veste i panni della missione di pace. 16 militari francesi – Le Monde – accusati di stupro su minorenni in Centro Africa. Tutti sapevano a Bangui, che i caschi blu de la Repubblique spezzavano la noia concedendosi per una fellatio molto precoce. “A me che importa?” In Siria il macellaio Assad non se la passa bene: il fronte islamico, alleato di Al Qaeda avanza, l’Iran lo appoggia con minore convinzione. Israele combatte Hezbollah,  Arabia saudita e Egitto gli sciiti dello Yemen. In Turchia si proibisce il primo maggio e non il passaggio dei combattenti islamici. Pare che Al Bagdadi sia stato ferito da un drone, come quello che ha ucciso Lo Porto. Il 14 i Paesi del Golfo, a Washington, chiederanno armi, come contro partita della pace che Obama vuole con Rohani e l’Iran. 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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