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Oggi De Bortoli dice: “Renzi, un maleducato di talento”

Ferruccio De Bortoli ha lasciato il Corriere della Sera il 30 aprile, come aveva stabilito mesi fa il consiglio di amministrazione della Rcs. Nelle stesse ore è stata annunciata la nomina di Luciano Fontana, che era condirettore e che soddisfa il desiderio della redazione affinché il prescelto fosse un giornalista interno. Prima di lasciare il giornale di via Solferino, De Bortoli ha salutato i redattori, con un po’ di nostalgia, rivendicando alcuni meriti e ammettendo qualche errore. Come commentare? I dubbi di Vittorio Roidi* mi sembrano alquanto fondati. Per quanto mi riguarda, sulla definizione di Matteo Renzi, forte ma piuttosto azzeccata, mi verrebbe da dire: meglio tardi che mai. D’altra parte non ricordo molti esempi, al Corriere, di direttori “cuor di leone”. Penso che se lui avesse scritto in un suo editoriale quanto ha scritto nella lettera di saluto ai suoi redattori, i suoi “troppi e litigiosi azionisti” lo avrebbero accompagnato alla porta molto prima (nandocan). 

Roidi Vittorio***di Vittorio Roidi, 2 maggio 2015 – Valutare il comportamento di un direttore di giornale è cosa complessa. Occorrerebbe conoscere molti retroscena, molti “assalti alla diligenza” portati dai cosiddetti poteri forti i quali, spesso, mal sopportano l’indipendenza e l’autonomia dei giornali. E bisognerebbe conoscere quante difficoltà De Bortoli abbia incontrato nel gestire un quotidiano che ha come proprietari una dozzina fra i maggiori industriali e finanzieri (quelli che egli definisce “troppi e litigiosi azionisti”).

Un giudizio un po’ frettoloso dell’operato di De Bortoli potrebbe essere costruito guardando alle stesse valutazioni che proprio lui ha voluto fare nella lettera di commiato.

Così si può osservare che oggi egli definisce il Presidente del Consiglio “il Caudillo, un maleducato di talento…. che mal sopporta le critiche e disprezza le istituzioni”, frase forte che egli, tuttavia, non ha mai scritto nei suoi (rari) editoriali. Desiderio di equilibrio? Necessità di non scontentare né il manovratore né altri? Diciamo che sostenere queste cose solo oggi non è il massimo, per un intellettuale che dirige quello che pretende di essere il più autorevole dei quotidiani su piazza. Ma un cazzotto così poteva darlo, da direttore? Come non è il massimo affermare, solo oggi, che il Presidente della Repubblica “non dovrebbe firmare l’Italicum, la nuova legge elettorale, una legge sbagliata”.

Bene ha fatto De Bortoli nel sottolineare i successi commerciali del giornale e dei suoi addentellati, in un’epoca di estrema difficoltà per l’industria editoriale. Risalta, fra le colpe che egli si attribuisce la frase in cui afferma che “i giornali dovrebbero tutelare di più le persone coinvolte in fatti di cronaca o inchieste”. Giusto. C’è chi lo sostiene da tanto tempo e i direttori, lui compreso, potrebbero fare molto affinché le persone non vengano considerate “oggetti inanimati delle notizie o protagonisti involontari di una fiction”.

Fra i meriti che a De Bortoli possono essere riconosciuti quello di non essere stato “portavoce di nessuno”. Ci sarebbe mancato altro! Anche se è vero che su altre poltrone, non mancano giornalisti che sono non solo portavoce, ma portabandiera di partiti e di aziende.

Oggi sappiamo che il pensiero di De Bortoli è quello che i giornali devono “essere scomodi e temuti per poter svolgere un’utile funzione civile. Scomodi anche quando sono moderati ed equilibrati come il Corriere”. L’equilibrio è certamente stato il fine principale dei suoi sforzi, come era nel Dna di questo quotidiano. La concezione etica di De Bortoli è quella di un giornalismo basato sull’affermazione che chi fa questo mestiere deve fornire al cittadino “ gli ingredienti utili per scegliere. Non solo nelle urne ma nella vita di ogni giorno. Conoscere per deliberare”.

Chi apprezza questa idea, chi riconosce che questa è la funzione civile del giornalismo all’interno di un sistema democratico, deve ringraziare Ferruccio De Bortoli. E augurare buon lavoro a Luciano Fontana.

*Vittorio Roidi, già presidente della FNSI e segretario generale dell’Ordine, è Presidente di “Giornalismo e Democrazia”, dal cui sito ho tratto questo post.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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