Expo. Nutrire il pianeta a forza di anabolizzanti

expo Mac Donald

Tra la violenza vandalica dei black blocks e l’orgia consumistica delle multinazionali, mal celata dietro lo slogan “nutrire il pianeta”, scelgo la protesta pacifica di chi ha contestato l’organizzazione dell’evento,  perché ritenuto una fonte di corruzione, spreco di denaro e sfruttamento del lavoro. Ma soprattutto il messaggio biblico di Papa Francesco, valido per credenti e non credenti, che invita a “smettere finalmente di abusare del giardino che Dio ci ha affidato, perché tutti possano mangiare dei frutti di questo giardino” (nandocan).

***di Massimo Lauria, 1 maggio 2015 – La presenza di McDonald’s e Coca Cola tra i maggiori sponsor dell’Expo 2015 la dice lunga sul modello di sviluppo che i governi portano avanti da tempo. Tanto che lo slogan dell’evento “Nutrire il Pianeta” appare a molti un retorico esercizio di stile. Ne sono convinti i movimenti antagonisti riuniti dietro la sigla MayDay NoExpo, ma anche scienziati, medici, economisti ed esperti di alimentazione. Dietro l’Expo di Milano, che ha aperto i battenti proprio nel giorno della Festa internazionale del Lavoro, si muovono visioni e interessi commerciali globalizzati.

L’esposizione universale intende promuovere un nuovo rapporto alimentazione e ambiente, oppure nel lungo periodo si rivelerà solo un’operazione di facciata? Si vedrà. Per ora si confrontano prospettive diverse tra loro. Poco rassicuranti, però, sono le notizie dei giorni scorsi – pubblicate da Il Fatto Alimentare- sul futuro ingresso nei mercati europei di carne proveniente dagli Usa ricca di anabolizzanti, ormoni e beta agonisti. Per il momento da noi queste sostanze sono vietate. L’Europa le ha messe al bando già negli anni ‘90. E inoltre l’Iarc – l’Agenzia Onu per la ricerca contro il cancro – le ha classificate come sostanze cancerogene.

Ma il cavallo di troia è rappresentato dai negoziati per il Ttip, il trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti tra Stati Uniti ed Europa. Grazie a quell’accordo –ancora in fase di discussione- molti divieti potrebbero essere aggirati e i singoli governi potrebbero non avere la forza per contrastare, ammesso che lo vogliano, i piani commerciali delle multinazionali. Di Expo e Ttip si è parlato molto negli incontri bilaterali dei mesi scorsi tra Italia e Usa. L’amministrazione Obama, infatti, è determinata a difendere gli interessi dei propri imprenditori all’estero.

Bruxelles, come Roma, è lieta di accogliere investimenti d’oltreoceano. Ma a che prezzo? I sostenitori del No Ttip temono che gli sforzi e il duro lavoro dei piccoli allevatori e agricoltori europei andranno in fumo se il trattato fosse approvato. Il cibo italiano in particolare è considerato un’eccellenza nel mondo. E i rigidi controlli della qualità del prodotto sono una garanzia per le persone. Prerogativa che potrebbe svanire se il Ttip permetterà l’ingresso di prodotti Usa con standard qualitativi e prezzi più bassi dei nostri.

Ma nella Giornata mondiale del Lavoro è bene ricordare che gli accordi commerciali difendono per lo più gli interessi di grandi corporations come McDonald’s, Coca Cola, Nestlé, Monsanto, Eni, Dupont, Pioneer, Sygenta, per citarne alcune. Tutte queste multinazionali determinano le regole di mercato e ispirano le norme sul lavoro disegnate sui propri interessi. Le aziende «che hanno distrutto i nostri terreni e prodotto cibo spazzatura saranno tutte ad Expo. Ma le multinazionali non “nutrono il Pianeta”. Lo affamano», dice l’attivista e politica indiana Vandana Shiva.

Per impedire che Expo diventi solo una passerella per i grandi attori economici della terra, bisogna riempirlo di altri contenuti, che parlano di sviluppo sostenibile e globalizzazione dei diritti per le persone e l’ambiente.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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