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Nepal: 10 mila le vittime e 8 milioni le persone coinvolte. Messner polemico sui soccorsi di serie A e B

Kathmandu terremotati“C’è un evidente contrasto”  anche nell’attenzione prestata da stampa e televisione agli alpinisti piuttosto che alla popolazione locale, o no? (nandocan)

***di Ennio Remondino, 29 aprile 2015* – Probabili 10 mila vittime, a voler chiudere in un numero l’immane catastrofe che si profila. In realtà non sapremo mai quante le vittime di quel terremoto devastante. Quante casupole crollate sui loro abitanti saranno la loro sola sepoltura? 10 mila è il timore espresso del premier nepalese Sushil Koirala. Il bilancio aggiornato è di 5.057 morti. I feriti sono 10.915, mentre la stima dei profughi interni, persone in fuga, è di 454.769 persone. Sono otto milioni le persone rimaste coinvolte, afferma l’Onu. 1,4 milioni di persone hanno bisogno di aiuti alimentari, ma difficili da raggiungere.

Secondo alcune valutazioni, nell’azzardo dei numeri, sarebbero circa 6,6 milioni di persone colpite in varia misura dal sisma in 34 distretti, un milione di persone sono rimaste senza un tetto. Diverse località, nelle vallate più remote, sono ancora isolate e non sono state raggiunte dai soccorsi. Il governo stima inoltre che ci siano 400 mila edifici distrutti. Per i soccorsi sono a disposizione 13 elicotteri, tra cui tre inviati dall’India, che sono impegnati a trasportare i feriti negli ospedali di Kathmandu. Purtroppo molti di loro sono impegnati a soccorrere i troppi alpinisti sull’Everest.

Vaste aree interessate al sisma che ha colpito il Nepal sono accessibili solo via elicottero e non hanno ancora ricevuto alcuna assistenza: lo denuncia ‘Medici senza Frontiere’, che ha inviato 38 operatori a Katmandu e Ghorka. Nella capitale, riferisce Msf, moltissime persone dormono all’ aperto in tende o ripari di fortuna e nei prossimi giorni si prevedono temporali. Gli ospedali stanno finendo le scorte di medicinali e materiali. Nelle aree circostanti la capitale circa 45 villaggi sono distrutti o gravemente danneggiati e servono beni di conforto ripari, materiali per igiene e per cucinare.

Il primo ministro nepalese ha ammesso che le operazioni di soccorso alle vittime non sono state efficaci. ‘Il governo finora non è stato in grado di inviare aiuti nelle aree colpite a causa di problemi logistici e di capacità di coordinamento’. La sfida anche internazionale è come portare i soccorsi, in zone inaccessibili, ad elevate altitudini e colpite a macchia di leopardo. Dopo aver sorvolato la parte settentrionale della vallata di Kathmandu, il coordinatore dei soccorsi Onu ha riferito che il 40% delle case risulta danneggiato, ma che la distruzione appare assolutamente casuale.

Sono stati tutti tratti in salvo con gli elicotteri i 170 alpinisti rimasti bloccati al Campo numero 1 sull’Everest a quota 6.000. E pesa la polemica aspra di Reinhold Messner sui soccorsi di serie A e di serie B: il meglio alle pendici degli ottomila dove ci sono «i ricchi che pagano dagli 80 mila ai 100 mila dollari per salire in vetta al mondo», il resto per i nepalesi. Messner aveva ricordato: «Gli alpinisti torneranno a casa, i nepalesi restano lì». ‘Il soccorso in elicottero all’Everest è stabilito da anni. Funziona come un orologio’, tenta di giustificare un alpinista tedesco dell’Adventure Sports.

C’è un evidente contrasto che lo stesso primo ministro nepalese ha ammesso. Intere aree montane non sono neppure ancora state raggiunte. E le richieste di aiuto di alpinisti illesi o di escursionisti che lamentano di non avere più viveri suonano stridenti. Silvio Mondinelli, guida alpina di Alagna, che oltre venti volte ha raggiunto una cima di Ottomila metri, denuncia: «In una tragedia di queste proporzioni c’è chi continua a premere sulle agenzie di Kathmandu per poter rientrare a casa. C’è chi s’indigna per i ritardi. Il mondo è impazzito. Alpinisti e escursionisti devono cavarsela da soli».

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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