Alla festa della liberazione, io vado a Porta San Paolo

Marnetto Massimo 1da Massimo Marnetto, 25 aprile 2015 – La Liberazione ci ha davvero liberati?  No.

Perché la memoria di quanto accadde all’Italia 70 anni fa non è condivisa, cioè l’Italia  non è ancora unificata. Lo si vede da come alcuni partiti disertano con ostilità questa ricorrenza, considerandola di parte (“rossa”) piuttosto che la Festa della Dignità di tutti. Da come alcune frange la strumentalizzino confondendo gli eroici italiani ebrei di allora, con gli occupanti israeliani di oggi.
Ma soprattutto non ci siamo liberati dalla tentazione di concentrare il potere. E dalla terribile percezione che  la democrazia faccia perdere tempo. Basti vedere le modifiche renziane alla Costituzione e alla legge elettorale. Ancora l’uomo forte è l’aspirazione delle menti deboli.  E di chi non dà valore alla collettività, ma anzi la sfrutta – e spesso la corrompe – perché pensa solo ai propri interessi.
La velocità decisionista carismatica opposta alla complicazione inefficiente della democrazia è stata la grande truffa del fascismo. Che ha lasciato un Paese distrutto più che dalle bombe, dalla diffusa demenza politica indotta da un ventennio di applausi deresponsabilizzanti e di violento conformismo. Un male non debellato. Le preoccupanti manifestazioni di populismo – a destra e a sinistra – ci fanno capire che il morbo fascista è ancora presente e latente.
Per questo io vado a Porta San Paolo alla Festa della Liberazione. Anche se con il dolore di non poter marciare come gli altri anni, perché l’ANPI ha annullato il corteo per non correre il rischio di disordini tra filo-palestinesi e filo-israeliani. Una paura che stride con il ricordo di chi non ha avuto paura. Ed è morto per la nostra dignità.  Perché solo la condivisione della dignità anti-fascista ci darà finalmente unità e identità.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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