Metadone! Caffè del 23

“Il ballottaggio tra due leader – scrive oggi Mineo a proposito dell’Italicum – è una sorta di giudizio di Dio, chi vince arraffa 130 seggi in più e governa”. Ma ai tifosi della politica a cui si rivolge Renzi piace  pensare le elezioni come un torneo ad eliminatoria. E siccome da anni, se non da decenni, gli italiani votano per il “meno peggio”,  chi vince al ballottaggio merita comunque di vincere il “campionato”. Questo concetto forse non può rientrare nel “metadone” e né Renzi né Barbera lo diranno mai apertamente, ma con l’idea “calcistica” della politica che hanno molti italiani  funziona lo stesso (nandocan). 

Mineo Corradino alganews***di Corradino Mineo23 aprile 2015 – Guerra. La parola antica riecheggia e, per i poveri di spirito, “è meglio di una scopata”. Come ebbe a dire Emilio Fede. “La guerra di Renzi”, scrive L’Espresso. “Sì all’opzione militare”, il Giornale, che aggiunge “passa l’opzione Pd Forza Italia”. “Renzi e B vanno alla guerra”, conferma il Fatto. Per il manifesto, “L’Unione fa la guerra”. Nessun essere raziocinante è convinto che possa funzionare. Forse neppure Renzi, che, ieri in Senato, ho sentito attorcigliarsi su se stesso, declamare una poesia che non c’entrava, incapace di trasmettere un’emozione, preoccupato del voto di maggio.  Mario Deaglio, Stampa: “E’ chiaro che un problema del genere (l’immigrazione) non si risolve, al massimo si rinvia, con «soluzioni da bar» come quella di affondare i barconi prima che partano”. Lucio Caracciolo, Repubblica: “Alla fine, non potremo però sfuggire al dovere di accogliere. Se esistono ancora dei valori europei, se l’Unione Europea non è solo una parola vuota o il nome contemporaneo dell’ignavia”. Sergio Romano, Corriere: “Non è possibile impedire che uomini, donne e bambini continuino a fuggire dalla Siria, dall’Iraq, dal Sudan, dal Congo e dal Kenya”. Mettiamo pure – se ne siamo capaci – i mercanti di morte in condizione di non nuocere, ma evitiamo di corteggiare i disperati che votano per Le Pen e Salvini, perché dandogli ragione faremo più forti Salvini e Le Pen.

 Metadone. “Lo storytelling di Renzi racconta un paese che non c’è. Non aiuta a stare meglio, è metadone”. Così si congeda Enrico Letta, prossimo professore a SciencesPo. “Dal premier bulimia del potere”, dice uno che se ne intende, Silvio Berlusconi. Ormai è solo. Circondato da Boschi e Lotti, da un’impassibile Madia, che ieri sembrava stordita mentre il relatore perdeva la bussola e il Senato le strapazzava la riforma della P.A. Solo, davanti all’evidenza di riforme fatte con i piedi: quella della scuola non la difende neppure chi l’ha scritta – riflessione di Renzi -, quella del Senato la vorrebbe cambiare lui stesso, perché nella foga di spianare Chiti e Mineo s’è fatto scrivere un testo che provocherà migliaia di ricorsi. Solo, con l’Italicum approvato in commissione grazie a 10 piccoli crumiri del Parlamento, e che, dopo la Liberazione, arriverà in aula. “No al voto segreto”, dice la Boschi. Repubblica prova ancora a crederle: “Voto segreto, ultima battaglia dell’Italicum”. 

L’Italicum e il gioco dell’oca. Con questa legge “si ritorna alla casella di partenza, come nel gioco dell’oca”, scrive Giovanni Belardelli sul Corriere. Fatta per far vincere il Partito della Nazione, sarà la fossa del bipartitismo e segnerà il ritorno “a una condizione molto simile a quella che il Paese ha già conosciuto per tanta parte della sua storia”, con la dittatura della Democrazia Cristiana e, prima ancora, del Partito Liberale di Giolitti. Sulla rivista Il Mulino, invece, Augusto Barbera difende la legge che avrebbe “più pregi che difetti”. Mi limito e riproporre l’incipit del Barbera pensiero: “In 100 collegi plurinominali sono presentate liste di candidati in ordine alternato per sesso. La distribuzione dei seggi avviene con criteri proporzionali, escluse le liste che non abbiano raggiunto il 3% dei voti validi. Alla lista più votata che raggiunga almeno il 40% dei voti validi è attribuito un premio di maggioranza: 340 seggi sui 630 deputati”. È così? Peccato che sia previsto il ballottaggio se, come è assai probabile, nessuna lista raccoglierà il 40% dei voti. Il ballottaggio tra due leader, una sorta di giudizio di Dio, chi vince arraffa 130 seggi in più e governa. Questa è la cosa con cui voteremo. Tutto il resto sono balle. Come D’Alimonte ribadisce al Fatto l’elezione diretta del Premier, senza nemmeno dirlo. Un colpo di mano, incostituzionale

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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