Mediterraneo: Bouazizi ci aveva avvertito

Dal suo “Mondo di Annibale” Riccardo Cristiano ci offre una breve analisi della novità storica che avrebbero potuto significare le “primavere arabe” per i popoli islamici del Mediterraneo se questa rivoluzione per i diritti avesse trovato “ascolto” e “partenariato” da questa parte del grande mare. E se “l’interpretazione puritana e jihadista della fede” , nella versione conservatrice dei Sauditi, alleati degli Stati Uniti, o in quella sciita e antagonista dell’Iran, non avesse soffocato e inglobato sul nascere quella che – nell’intenzione di una minoranza – sembrava essere e non è stata un risorgimento liberale. Ma forse non poteva esserlo in un contesto geopolitico disegnato un secolo fa dalle potenze occidentali sulle macerie dell’impero ottomano. Forse quello di Cristiano è ancora un punto di vista eurocentrico. E se è difficile conciliare tra loro gli egoismi nazionali europei nel loro interesse comune, elaborare una politica mediterranea finalmente libera da ogni tentazione neocolonialista lo sarà ancora di più (nandocan)

Il mondi di Annibale***di Riccardo Cristiano, 22 aprile 2015* – Molti di noi, non tutti purtroppo, osservano sgomenti il Mare Mediterraneo e la sfida che abbiamo davanti appare ormai impossibile da fronteggiare. Stati falliti, stati canaglia, organizzazioni schiaviste, bande di terroristi: come venirne a capo?

La portata epocale del problema ci era stata segnalata sul finire del 2010 da un venditore ambulante tunisino, Muhammad Bouazizi, che dandosi fuoco avvertiva il mondo: panislamismo e panarabismo sono ricette fallite, c’è un nuovo soggetto che chiede di essere visto, l’arabo ansioso di essere riscoperto come persona umana intestataria di inalienabili diritti.

Nessuna politica di ascolto e di partenariato è stata pensata, elaborata, tentata. Solo i regimi, minacciati da quella scelta senza via di ritorno, hanno saputo reagire, sfidandosi in una lotta per la vita o per l’impero: militarizzare tutto, reagire ovunque, per continuare a gestire un’economia di rapina e vivere.

Qui si è chiamato in ballo l’Islam. La civiltà islamica è nata intorno a un concetto, quello della comunità dei credenti, per sconfiggere la logica auto distruttrice della struttura clanica, tribale della società. Questo sistema ha consentito all’Islam di trasformare quel mondo, poi è arrivata l’ora dell’incontro con la modernità.

Proprio in quel momento purtroppo l’emergere dell’Arabia Saudita, sin lì periferia di un mondo che da secoli ruotava intorno a ben altri epicentri, ha interrotto questo cammino: solo l’interpretazione puritana e jihadista della fede ha consentito ai sauditi di interrompere le lotte tribali e impossessarsi di La Mecca, Medina e poi del petrolio. L’esportazione di questo modello però ha trasformato l’Islam da un meccanismo di trasformazione in un meccanismo di paralisi sociale e di arretramento oscurantista e feroce. Con il consenso degli Stati Uniti, che lo hanno usato per controllare il petrolio e abbattere l’Urss.

A quel punto a Tehran ha preso corpo la reazione rivoluzionaria uguale e contraria. La religione è divenuta strumento di una politica antagonista, contro gli Usa e i suoi lacchè sauditi.

Presi tra queste due follie, aggravate e scatenate l’una contro l’altra dall’invasione dell’Iraq nel 2003, gli arabi sono stati annientati come individui fino al 2010, quando molto di loro hanno detto “basta”. Ma nessuno li ha voluti ascoltare: la Siria e l’Iraq sono divenuti laboratori genocidari e la guerra tra gli opposti estremismi che usano la religione, sauditi e iraniani, ha prodotto quel che sappiamo: solo in Siria 12 milioni di sfollati.

Intanto altre piaghe si sono putrefatte, dall’Eritrea alla Nigeria. E’ difficile pensare di risolvere tutto con un ritardo simile. Impossibile senza elaborare una politica per il Mediterraneo.

*da “Il mondo di Annibale”, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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