La beatificazione di Romero, che lo si voglia o no, interpella anche noi

bergoglio romero

“Viviamo nel peccato sociale”. Per parole come queste uccisero Oscar Romero sull’altare della sua cattedrale, mentre celebrava l’eucarestia. Giusto ripeterle, come fa Adriano Donaggio per articolo 21, pensando alle stragi in mare di migranti in fuga dalle guerre e dalla fame e respinti dalla nostra indifferenza (nandocan).

***di , 22 aprile 2015 – Mons. Oscar Romero, un martire cristiano che ancora oggi, alla vigilia della sua beatificazione, trova resistenze nello stesso paese, il suo paese, il San Salvador, dove è stato ucciso il 23 marzo del 1980 e dove durante il suo funerale gli stessi squadroni della morte che l’avevano assassinato spararono sulla folla che partecipava al suo funerale. Fu una strage. Siccome la spudoratezza non ha limiti, gli stessi ambienti reazionari che da quella matrice provengono sostengono oggi che è un errore beatificare Mons. Romero, come fu un errore ucciderlo. Non fu una grave, imperdonabile colpa. Non conveniva. Fu un “gesto” inopportuno, politicamente inopportuno.

Quando Giovanni Paolo II visitò il Salvador, il governo pose come condizione per accettare quella visita, che fosse ignorata la tomba di Mons. Romero. Giunto in San Salvador, il Papa non si diede per vinto. Decise di andare a pregare su quella tomba. La Gerarchia ecclesiastica lo sconsigliò di andare e tentò in tutti i modi di dissuaderlo. L’ uomo aveva deciso di pregare sulla tomba di un sacerdote che era stato ucciso mentre celebrava l’ eucarestia e non ci fu verso di fargli cambiare idea. Giunto alla chiesa trovò la cattedrale sprangata. Non si fece impressionare. Disse che non si sarebbe mosso di lì fino a quando non gli fosse stato consentito di pregare su quella tomba. Restò a lungo. Solo, piantato di fronte alla Chiesa la piazza deserta con  la polizia aveva fatto sgombrare la folla, trasformata la piazza in un deserto. Quando capirono che il Papa, lo stesso Papa che aveva affrontato il regime sovietico, sarebbe stato lì sul serio e che non si sarebbe mai mosso se non avesse ottenuto l’ apertura della Chiesa, la chiave saltò fuori e lui su quella tomba pregò a lungo.

Fu merito poi di Papa Benedetto XVI se venne sbloccata, nonostante le resistenze,  la causa di beatificazione e poi di Papa Francesco se oggi viene portata a conclusione. Ma perché Mons. Romero era tanto inviso a un regime tanto brutale e orribile da mandare i bambini a esplorare e a morire sui campi minati? Perché anche dopo la sua morte incuteva tanta paura?

Nato da una famiglia di umili origini, ordinato sacerdote, poi parroco, poi Vescovo, si pronunciò contro i privilegi di pochi che costringevano alla povertà i molti che abitavano il suo Paese. Difese i poveri, si pronunciò contro lo sfruttamento, contro il disprezzo della vita degli altri. Fu accusato di essere un marxista e un rivoluzionario. In Vaticano le sue omelie, i suoi scritti furono passati al setaccio, riga per riga e non risultò nulla che non fosse fedeltà alla Chiesa, Al Vangelo di Gesù Cristo. I tentativi di farlo passare per un agitatore politico caddero nel nulla. Infondati. Solo un fermo testimone della fede. Scrisse in una sua lettera: “La situazione sociale del Salvador è terribilmente ingiusta.Viviamo nel peccato sociale. La Chiesa sta cercando di far giungere la sua voce  a tutti gli ambienti affinché come cristiani ci assumiamo la responsabilità di vincere il peccato e costruire la fraternità in base alla giustizia”. Anche queste semplici parole non erano tollerate, erano considerate pericolose. Ma soprattutto preoccupava questa denuncia del fatto che il peccato non è solo un fatto individuale. Ciò che per il potere, per l’ esercito, per gli sfruttatori era intollerabile era che si potesse dire: “viviamo nel peccato sociale”. Se c’ è un povero e gli do un soldo mi lavo l’ anima, ma se il mio, il nostro comportamento, crea una situazione di ingiustizia, di povertà generalizzata, se creiamo una situazione di peccato sociale come possiamo lavarci l’ anima? Quella che una volta veniva chiamata “una buona azione”. Diventa una cosa ridicola, un dito levato per fermare una valanga.

Romero scrisse anche queste parole: “Il Salvador è un paese piccolo, sofferente e lavoratore. Qui viviamo grandi contrasti nell’ aspetto sociale, emarginazione economica, politica, culturale. In una parola INGIUSTIZIA. La Chiesa non può restare zitta davanti a tanta miseria perché tradirebbe il Vangelo, sarebbe complice di coloro che qui calpestano i diritti umani”.

Se ancora oggi in San Salvador, e forse in altre parti dell’ America latina, la beatificazione di Mons. Romero è vista con preoccupazione qui, nell’ Europa occidentale rischia di essere vista come una cosa che riguarda quel continente. Un altro continente. Ma in Europa, anche se in forme abissalmente diverse rispetto a quei paesi, si sta allargando un’ ingiustizia sociale, un ritorno all’ indietro rispetto a forme di assistenza sociale che nel passato le diverse popolazioni avevano conquistato, l’ allargarsi di una povertà che ormai sta assumendo aspetti sociali non più occultabili, anche se in modi e situazioni radicalmente drammaticamente diversi, tutto questo rende ancora forti le affermazioni di Mons. Romero. La sua beatificazione, che lo si voglia o no, interpella anche noi. Anche noi siamo costretti a chiederci se non viviamo in una situazione di peccato sociale che va dalla disoccupazione dei giovani, all’impoverimento delle classi sociali intermedie, al dramma, della disoccupazione delle persone di media età. All’ estendersi  di una povertà che per dei paesi civilizzati rappresenta uno scandalo. Mons. Romero ferma anche noi. Ci chiede: dove state andando?

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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