Italicum o morte. Caffè del 21

Nella fretta di avere a disposizione un governo pigliatutto, Matteo Renzi prova a giocare d’anticipo, un piccolo assaggio perché possiamo farci una vaga idea di quanto ci attende. Vorrei tanto che la sinistra del  partito non si facesse “impressionare”, come pare sia capitato a Obama.  E “dica forte” il suo no, come propone Mineo. Se non ora quando? (nandocan)

Mineo 2***di Corradino Mineo21 aprile 2015 – Quanti ancora, titola il manifesto sotto una lunga fila di sagome disegnate in bianco e nero, una sola in rosso, una bambina dalla lunga treccia. “Perché?”, chiede la Stampa. “È come se si fosse rotto il cuore della civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri – risponde Ezio Mauro -, i codici del mare, la storia del Mediterraneo. Il risultato è una scissione: tra la sicurezza e la responsabilità, tra la politica e la morale, tra la legge e l’umanità, tra l’Europa e le sue parti. Soprattutto, tra i vincenti e i perdenti della globalizzazione”.

 Il naufragio dei valori europei, fa eco Bill Emmot dalla Stampa. Per qualche giorno l’Europa si vergognerà ed è possibile che, insieme alla solita pacca sulla spalla, il nostro governo ottenga qualche soldo in più, forse il permesso ONU ad affondare in Libia le barche dei negrieri prima che le carichino della mercanzia.  Financial Times scopre che sono un milione quelli in in attesa sull’altra riva del Mediterraneo. Mattarella critica l’Unione Europea. La magistratura di Palermo scopre che tra vittime e scafisti un paese infetto da corruzione e mafia (come l’Italia) preferisce i secondi: “Boss in Italia con il permesso”, Corriere.

Ma c’è Il rischio di perdere voti, perciò il premier “usa un registro nuovo”, osserva Stefano Folli. Nessun accenno al dovere di soccorrere in mare, nessuno a mare nostrum,  “L’aspetto umanitario, legato all’accoglienza delle persone in fuga, scivola in secondo piano. L’accento viene posto sull’esigenza etica di stroncare i «trafficanti di uomini», i «moderni schiavisti». Ma è chiara invece la volontà di frenare l’esodo, lasciando sul suolo libico quanti più profughi sarà possibile”. “Preferiamo morire piuttosto che tornare in patria”, gli risponde, a nome di tutti, un profugo somalo intervistato a Misurata.

Matteo Renzi, invece che Benito Mussolini.  Giannelli sostituisce la scritta sull’obelisco del Foro Italicum. “Il Pd dimette i deputati ribelli”, Repubblica. “Sostituisce i dissidenti”, Corriere. E fra loro Bersani, Cuperlo, Bindi, D’attorre. Mica li caccia dalla Commisione, come Mineo e Chiti, no li revoca  ad diem o forse ad rem, insomma fin tanto che la Camera non approverà l’Italicum. È un colpo di mano? Sì, lo è. Il Governo non ha il diritto di pretendere che la Camera approvi la legge elettorale senza poterla modificare in niente. La fiducia sull’Italicum? Un altro colpo di mano. Come colpi di mano furono il voto all’alba in Senato per esautorare la Commissione competente , e l’emendamento-cancella-emendamenti, scritto da Palazzo Chigi e presentato nella notte dal Carneade-Esposito.

Giano bifronte. Una faccia feroce promette sfracelli, l’altra ammicca sorniona. “In fondo Bersani, Bindi, Cuperlo, D’Attorre – così suona il ditirambo dei cortigiani – dovrebbero essere contenti: sostituendoli li abbiamo tolti dall’imbarazzo. Potranno salvarsi l’anima e mantenere il posto”. Ieri, a Firenze, con Gianni Cuperlo – splendido il suo intervento sulle colpe della sinistra per aver accettato un’idea di Europa che tradisce l’Europa – ho partecipato a un dibattito che aveva per tema che cos’è il Pd? Tutti gli interventi hanno detto che il tempo è scaduto, se la sinistra rientra nei ranghi e vota in Parlamento per la riforma elettorale, non avrà domani. Rimandare lo scontro al congresso nel 2017 è da folli. C’è l’articolo 67 della Costituzione. C’è ancora (e per poco) l’autonomia del mandato parlamentare. Abbiamo il dovere di dire forte il nostro no. O tacere per sempre.

Scuola. Qui, per il momento, resta la possibilità di emendare. Nei termini che ho descritto il 15 aprile.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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