Il pasto è servito. Caffè 20 aprile

Più che un “caffè” è un’antologia delle geremiadi, tante, uscite ieri sui giornali e tg. Ha ragione Valerio Cataldi, della “Carta di Roma”, che su articolo 21 scrive: “L’emozione e la rabbia del momento devono diventare determinazione politica. Le stragi nel Mediterraneo non sono inevitabili. La soluzione si chiama corridoio umanitario, percorsi di accesso protetto all’Europa, un meccanismo che potrebbe essere messo in moto subito per chi scappa da guerra e persecuzione. È quello che mi diceva solo ieri Ahmet, siriano e palestinese allo stesso tempo, in fuga dal campo di Yarmouk, periferia sud di Damasco: “perché dovrei rischiare la vita in mare se ho la possibilità di chiedere asilo in modo legale?” Forse perché c’è anche un’altra domanda che attende risposta: chi non ha avuto scrupoli per ridurre alla fame la Grecia, ne avrà per qualche migliaio di morti tra le popolazioni siriane o africane? (nandocan)

Mineo Corradino alganews***di Corradino Mineo20 aprile 2015 – Dove cessa l’umanità. Titolo dell’articolo di Claudio Magris, Corriere, che mi sento di condividere. Perché non nasconde lo sconforto e confessa l’impotenza. “Ecatombe”, Stampa. “Apocalisse”, Repubblica. Parole. Ecatombe evoca gli animali (tanti) che offrivamo in sacrificio agli Dei per esorcizzare le paure dei nistri antenati. In un certo senso è questo che abbiamo fatto, che facciamo: continuiamo a sacrificarli perché abbiamo paura.  Apocalisse, o disvelamento: si è sollevato il velo ed è apparsa la Bestia. La bestialità della nostra indifferenza. Il Corriere ricorda gli ultimi, concitati, momenti: bambini, donne, uomini che si spostano insieme perché hanno visto i soccorsi. E la speranza rovescia la loro bara. “Sono morti sognando l’Europa”. “Fratelli che cercavano la felicità”, li chiama il Papa

 “Principessa Mafalda”. Nel 1927 – lo ricorda GianAntonio Stella – una nave carica di migranti italiani, naufragò davanti alle coste del Brasile. Cibo per squali, quando già vedevano il miraggio della “felicità”. Terra “promessa”, che avrebbero fecondato tanti loro fratelli e sorelle che fuggivano i bassofondi dell’Europa, le campagne avvizzite dalla siccità e dall’ingiustizia: italiani, irlandesi, polacchi. Anche ora, quelli per cui versiamo una lacrima da coccodrillo, sono il nostro futuro. Venuti dal Corno d’Africa o dalla Siria, hanno affrontato il deserto e la guerra per buttarsi in un mare che non conoscono. Sono forti, sanno sperare e lottare, sono il nostro futuro. Il mondo che verrà. Ci regalano forza e speranza, ci riportano l’umanità che abbiamo perso. “A me che importa?”. Lasciamoli lì,  in fondo al  “Mar Morto”, titola il Fatto – e uccidiamo il nostro futuro. È così, badate.  Senza le grandi migrazioni il mondo non esisterebbe, l’evoluzione della nostra specie e il progresso di cui ci piace vantarsi si sarebbero fermati. 

Morti di buonismo. Recita Il Giornale, l’unico foglio fascista che oggi, lunedì, sia in edicola. Abbiamo sdoganato razzismo e idiozia. Buonisti? Ah certo, perché ne abbiamo recuperati alcuni nel Mediterraneo. Ora basta però. Ora andremo in armi sulle coste della Libia e affonderemo i barconi, ammazzando qualche scafista. Giusto. Chi avrebbe mai pianto se una bella nave americana avesse distrutto, in Africa, la flotta dei negrieri. Ma dopo, ammesso che la nostra missione in armi riuscisse, i mercanti di morte li separeranno gli uni dagli altri, come i nazisti a Auschwitz: le ragazze in carne per il sollazzo dei guerrieri, quelli agli uomini vestiti di nero perché li sgozzino a favore di telecamera e mettano le immagini del sacrificio in rete, quelli lì, che sanno a memoria un versetto del Corano, quelli per ora lasciati in vita, per forzarli alla barbarie.

Un Commissario per il Mediterraneo. Aveva chiesto Emma Bonino. Noi ci siamo presi la Mogherini. Ora Renzi è stato incaricato da Obama di occuparsi di Libia, senza una decisione dell’ONU, senza un’idea – non una – della saggia e potente “Comunità Internazionale”. Ora i giornali del vecchio continente scrivono di questi 700 morti – “Orrore in Europa”, recita El Pais, Ora i migranti morti avranno diritto a un vertice europeo. I vivi, neppure lo sapranno. Poveri noi.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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