O il Papa o l’anti Papa. Caffè domenicale

Mineo Corradino alganews

E’ curioso che i grandi quotidiani dell’establishment, dopo aver lavorato per mesi a creare un complesso d’inferiorità ad ogni possibile leader o gruppo concorrente e accreditare Renzi come l’unica risorsa possibile per governare il Paese e la crisi, ora lamentino l’assenza di un’opposizione. Meglio lui che il nulla? Il nulla non si è fatto da solo (nandocan).

***di Corradino Mineo19 aprile 2015 – Uno spettro si aggira per l’Europa: è il fantasma della Grecia, da cui nacquero Occidente e Democrazia. Corriere: “Atene ora preoccupa Draghi”. “Con un’altra crisi – dice il Presidente della BCE –  saremmo in acque inesplorate”, ma aggiunge: “Il destino della Grecia nelle mani del suo governo” Sole24Ore. “Dovete fare di più se volete salvarvi”, Repubblica. Tocca dunque ai Greci, ma fare cosa? Tagliare di nuovo pensioni e sanità, ricominciare con sfratti e licenziamenti: meglio impiccarsi. Ecco che Varoufakis sostiene che la Grecia potrà pagare il debito solo quando il PIL tornerà a crescere, intanto vuole soldi freschi e chiede fiducia nelle sue riforme contro evasione e corruzione. Campa cavallo? Allora c’è l’altra soluzione: accordo sul gas con Putin, 5 miliardi in prestito, ritorno alla Dracma e una sorta di comunismo di guerra per affrontare la transizione: è la tesi di Costas Lapavitsas economista e deputato di Syriza. E noi? In acque inesplorate, dice Draghi.

 L’incompreso. Nonostante lo spottone americano – che a Obama non è costato nulla, sottolinea Scalfari – Matteo Renzi è stato accolto in patria dall’annuncio dello sciopero generale della scuola. “Matite rosse”, titola il manifesto. E dopo aver abbracciato (a occhi chiusi per l’emozione) Obama, gli è toccato abbracciare De Luca (e chiudere gli occhi sull’anomalia di un candidato ineleggibile). “Renzi da Obama a De Luca”, titola il Fatto. Per la verità gli è toccato pure confidare alla sua retroscenista  (Meli) un mezzo contrordine del contrordine: non si baratta l’Italicun con il Senato elettivo ma, insomma, si potrebbe pure, se le minoranze dem votassero la fiducia. Come, lo spiega Scalfari: giocando su una discrepanza dei testi approvati da Camera e Senato: “i senatori saranno votati nei Consigli regionali” e “i senatori saranno votati dai Consigli regionali” . Bluff da azzeccagarbugli? Presa per i fondelli delle Camere?

Meglio lui che il nulla, scrive Orsina sulla Stampa. E Ricolfi, sul Sole, lamenta l’assenza di un’opposizione, dopo aver analizzato la performance di Bersani da Santoro. Non ha detto nulla – osserva – sulle tasse che “scompaiono nelle conferenze stampa e (ri)compaiono”, “sull’aumento delle assunzioni compensato dalle cessazioni” sulla occupazione “di nuovo ferma”, mentre “il debito pubblico continua imperterrito la sua corsa”. Sic stantibus rebus, conclude l’editorialista, “l’accusa di autoritarismo rivolta al premier è una proiezione dei suoi avversari, il segno inequivocabile di un’opposizione che non riesce a fare il suo mestiere”.

Jobs act, Grecia, Italicum. Credo che ci sia un nesso inscindibile. Ridurre la democrazia all’elezione di un premier serve per legittimare una politica economica sbagliata – leggete Krugman su Repubblica – e una riforma del lavoro impopolare quanto inefficace (senza nemmeno il salario di garanzia). Penso questo e vorrei una sinistra che lo dica.

Dagli amici lo salvi Dio. “Il sistema di voto porterà al bipartitismo”, promette D’Alimonte sul Sole. Certo, concede, nell’immediato c’è il rischio di “un gigante (il PdR) e tanti cespugli”, ma la “legge Duverger Cox” garantisce che con l’Italicum apparirà prima o poi un competitore nazionale. Molto divertente. D’Alimonte non si cura della crisi dei partiti (dopotutto lui è uno specialista di sistemi elettorali), né del fatto che Duverger parlasse di collegi elettorali mentre egli deve ammettere che con l’Italicum avremo un solo collegio nazionale, quello che elegge il premier. No, caro D’Alimonte, con l’Italicum non avremo il bipartitismo ma al massimo un bi-leaderismo, lo scontro tra due personalità carismatiche e piglia tutto. Quanto ai contenuti, se un leader, grazie al governo, occuperà spazi a destra, al centro e pure a sinistra, l’altro si darà una connotazione anti sistema. E infatti D’alimonte così conclude: “Quanto al M5s l’Italicum lo costringerà a vincere o a sparire. In un modo o nell’altro tutto cambierà”. E noi voteremo o il Papa o l’anti Papa. 

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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