Mia madre (film)

Dal poliedrico Marnetto la recensione dell’ultimo film di Nanni Moretti (nandocan)

Marnetto M***da Massimo Marnetto, 18 aprile 2015 – “A che serve studiare il latino?” chiede la figlia adolescente esasperata dall’ennesimo brutto voto.

La madre Margherita (Buy) non sa rispondere, perché non ha tempo per pensare, presa com’è dalla frenetica realizzazione del suo film, di cui è regista. E dalla salute della anziana madre ex insegnante di latino (Lazzarini), ricoverata in ospedale per complicazioni.
Per fortuna c’è il calmo fratello Giovanni (Moretti) che si  occupa di entrambe: della madre, a cui porta cibo amorevolmente preparato per alleviarne l’avvilimento; della sorella, con la quale si ritrova in momenti di inaspettata franchezza, indotti dall’aggravarsi delle condizioni della madre.
Vorrebbe liberarla dalla sua rigidità compulsiva, che ormai indossa come una corazza. “Per una volta rompi gli  schemi. Almeno uno dei tuoi duecento”, le dice con l’unica frase brusca rivolta alla sorella.
I fratelli scoprono che tanti  ex alunni della madre le sono rimasti affezionati, al punto da andare a  trovarla per anni, fino a conoscerla meglio di loro. Così come Margherita scopre la delusione d’amore della figlia e il conseguente periodo nero negli studi solo dalla madre in ospedale, l’unica ad aver meritato la confidenza della nipote.
Giovanni e Margherita – in questo percorso di dolore calmo – capiscono che la madre  è una donna che si è realizzata, perché ha costruito la sua vita con pazienza e amore verso il suo lavoro d’insegnante, i suoi libri, i suoi alunni.
Moretti con questo film fa un omaggio all’autenticità, ancora una volta consapevole di essere una minoranza in aperta controtendenza allo “splenditismo”  infestante.
Contrappone – con equilibrio antiretorico e una grande prova di tutti gli attori – il valore delle relazioni lente e vere, alla inconsistenza dell’improvvisazione superficiale, magistralmente resa dal caos sul set del film di Margherita e da un improbabile  attore americano (Turturro) chiassoso (e spassoso).
E lo fa in modo “laterale”, lasciando che i fatti evidenti siano solo il pretesto per inserire i dettagli essenziali. Quelli che danno un senso al tutto. Come in un testo di latino.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
Vai alla barra degli strumenti