La teologia del muro

NEWS_239641Ciò che tanti anni fa ha fatto dire a Mac Luhan che “il medium è il messaggio” torna con sempre maggiore evidenza nella comunicazione dei nostri giorni. Torna con  l’uso e l’abuso della contrapposizione che forza ogni complessità, banalizzandola pur di accrescerne il richiamo mediatico. Così, nel racconto giornalistico come nella conduzione dei talk show, l’esigenza di fare chiarezza finisce per venire  sacrificata  alla semplificazione che rende più vivo e appassionato il dibattito. E se come giornalisti avremmo il dovere di introdurre qualche motivo di dubbio nelle certezze e nei luoghi comuni, troviamo più comodo ed efficace rafforzarli in un senso o nell’altro, favorendo così la divisione piuttosto che il dialogo e il confronto. Non si capirebbero tanti titoli dei quotidiani se fomentare l’odio non fosse più stimolante che contribuire alla comprensione reciproca. Sono cose che ho scritto altre volte ma non mi stancherò mai di ripeterle, tanto più in circostanze come quella molto ben commentata in questo articolo di Riccardo Cristiano (nandocan).   

***di , 19 aprile 2015 – In mezzo al mar Mediterraneo c’era un gommone, come tanti altri. Il suo carico non poteva che essere di disperati, fuggiaschi, giunti fino alle sponde del Mare Nostrum da Nigeria, Senegal, Costa d’Avorio. A bordo è successo qualcosa. Alcuni sono stati gettati in mare. Al di là della loro fede, appartenenza etnica, tribale, età, il primo pensiero non può che essere per loro. Arrivati a Palermo alcuni sopravvissuti hanno denunciato: c’è stata una lite, “pregate Allah, non Gesù”! Poi l’atroce “defenestrazione”.

Cosa sarà successo? Qualcuno cercava più spazio? Un gruppo, magari etnico, cercava una posizione migliore rispetto ad altri? Tentava di impossessarsi di una gomena? O forse di una coperta? O forse si è pensato che alleggerendosi il gommone avrebbe avuto una navigazione più facile? Sono tutte ipotesi non incompatibili con il racconto dei sopravvissuti. Ma è l’idea che un gruppo di disgraziati, in senso letterale, abbia invece inteso uccidere i cristiani per odio religioso quella che ha convinto di più. Perché?

Certo, ci sono i racconti, terribili, dei sopravissuti. Si può non credergli? Premesso che il crimine è comunque crimine e va condannato comunque, bisogna capire quale crimine. Se fosse stato ispirato solo da odio religioso la differenza sarebbe enorme.

E qui, comunque si sia svolta la tragedia, entrano i ballo altri racconti. Quali racconti? Che i musulmani ci odiano tutti? Che i “cristiani” colonizzano, odiano, derubano? Quanti sono, ovunque, i cantori dell’odio…

Mentre a bordo si dipanava un crimine comunque orrendo nelle nostre case entrava la teologia del muro. Quei profughi in fuga, cristiani, gettati in mare, non erano anche loro parte di quel muro di profughi che non devono entrare in Europa? Non erano anche loro parte della marea che ci inquieta, ci terrorizza? Se fossero arrivati sani e salvi come li avremmo accolti? Come fratelli? Qualcuno ha detto, “ragazzi, le migrazioni vanno affrontate tutti assieme”? Qualcuno ha aggiunto, “ma dalla Siria non ci sono migrazioni, bensì un piano di pulizia etnica che non può essere tollerato”?

C’è un racconto di guerre di religione che non riguarda solo noi, riguarda anche gli altri. Come verranno presentati i soldati, o i droni, o le bombe (anche se la religione con loro non c’entra)? Chi, di questi conflitti tra pipeline del domani e pozzi dell’oggi, parla degli interessi economici, degli obiettivi imperiali, dei calcoli petroliferi che stanno dietro alle guerre?

La rappresentazione estrema dei conflitti, il porre al centro le religioni e non gli interessi di cosche che se ne impossessano rischia di portarci tutti in fondo al mare insieme a quelle povere vittime buttate a mare da altre vittime per l’occasione fattesi carnefici.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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