Il bluff e la paura. Caffè del 16

Nel cuore dello scontro sull’Italicum – la madre di tutte le battaglie, ripete oggi Mineo – Corradino si mostra sempre più distaccato. Perché? All’assemblea dei deputati PD Renzi ha vinto con soli 190 voti su 310, una vittoria per lui tutt’altro che esaltante visto anche l’atteggiamento contrario o fortemente critico delle altre forze parlamentari. Per di più insufficiente a garantirgli la maggioranza nel voto dell’aula. Teme ancora Mineo che, davanti alla prospettiva di una rottura o peggio al rischio di una scissione, all’interno del PD possa finire tutto “a tarallucci e vino”? Che insomma buona parte della minoranza stia facendo “ammuina”? E quale vantaggio potrebbero ricavare da un soprassalto di codardia? Ma il nostro amico senatore ha ragione quando ricorda loro che “è l’essenza del renzismo che non funziona, che non può funzionare”(nandocan).

Mineo al senato***di Corradino Mineo16 aprile 2015 – Prova di forza è il titolo del Corriere della Sera. Ieri sera, rifiutando di discutere le dimissioni di Speranza da capo gruppo, dando dei Tabaqui o “leccapiatti” (lo sciacallo del Libro della Giungla) a chi non la pensa come lui, evocando l’Armageddon, “giudizio finale” tra le Oscure Forze del Male e il Bene, Matteo Renzi ha mostrato di considerare quella per l’Italicum la madre di tutte le battaglie. 

Rivoluzione, colpo di stato, chiamatela come volete, ma la ricetta non è banale: delega al governo per tutto, jobs act, scuola, Rai, Pubblica Amministrazione. Un governo dal potere incontrastato per 5 anni, dominato da un Premier eletto direttamente dal “popolo” al ballottaggio, con una maggioranza che è tale per grazia ricevutà cioè per la vittoria del Premier, un presidente della Repubblica ridotto a notaio, una Corte Costituzionale intimidita. Renzi pensa che solo così solo lui potrà svegliare l’Italia, Bella Addormentata. Con l’unica grande dote che sa di avere: uno straordinario intuito per la politica, come tattica, gioco di guerra per spianare, asfaltare  e restare solo vincitore in campo.

Il bluff e la paura. Nel gioco del poker il bluff funziona quando l’avversario comincia a sudare, si muove, tentenna. “Renzi: governo in gioco”, la Stampa. “Subito il sì alla legge o il governo cadrà”, Repubblica. È un bluff: se temesse di poter essere battuto nel voto sull’Italicum, Renzi si affretterebbe a mediare. Invece, chissà quante volte in queste ore avrà ripetuto al telefono a un interlocutore renitente: “Io sono grullo, questa volta mi dimetto”. Non lo farebbe, non spegnerebbe ancor giovane il suo glorioso futuro, ma le minoranze Pd non sono tuttavia in condizione di “vedere” il bluff. Perché non osano dirsi che è l’essenza del renzismo che non funziona, che non può funzionare. Cuperlo fa appelli alla ragione, Civati non sta né dentro né fuori, Bersani recita un non ci sto, stanca replica del non sarei sincero se dicessi che mi avete persuaso di Ingrao all’undicesimo congresso.

Il Partito della Nazione ha le piaghe della nazione. “Non diede l’allerta alluvione, Paita indagata in Liguria”. Per carità, magari sarà prosciolta, ma il rinnovamento si rivela per quel che è: riciclaggio di gruppi che hanno esercitato (piuttosto male) il potere per conto del PD o di una destra trasformista che cerca casa. (Ad Agrigento, il Pd renziano ha candidato a sindaco un amico di Berlusconi, che è poi tornato alla casa madre, e ora gli oppone un UDC). La solitudine del super politico ormai è palpabile: l’Italia peggiore gli ha preso le misure e continua come sempre. E alla retroscenista di corte (Meli, Corriere) non resta che fare quel che non si fa: tirare la giacca di Mattarella, “dal Quirinale si fa sapere che il dibattito sulla fiducia non riguarda il Colle”. 

Francesco e l’asse del male. Erdogan ha superato se stesso. Accusando il Papa di aver ceduto all’asse (lui ha detto “fronte”) del male ha ammesso la vera natura dello scontro. Perché quell’asse (Iraq, Iran, Corea) George W Bush lo inventò quando decise di risparmiare lo stato maggiore di Al Qaeda (circondato, con Bin Laden sulle montagne tra Afganistan e Pakistan) per invadere invece l’Iraq. Ecco, insieme all’Arabia Saudita e con la benedizione di Netanyahu, la Turchia oggi risparmia il Daesh in difficoltà, preferendo la guerra tra Stati Sunniti e Sciiti, per l’egemonia sul Medio Oriente. Lo sterminio delle minoranze, nazionali e religiose, (come un secolo fa) è solo un danno collaterale della guerra. Erdogan ha pure minacciato di espellere altri 100mila armeni. Bergoglio ha davvero colpito nel segno

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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