Foia4Italy, un Freedom of Information Act per l’Italia

foia

Quando da noi si esaltano i sistemi politici maggioritari come il presidenzialismo di tipo anglosassone, si trascura del tutto la notevole differenza che sussiste rispetto all’Italia in materia di libertà di espressione e di diritto di accesso all’informazione. Come risulta chiaro anche dal post che segue (nandocan)

***di , 14 aprile 2015 – La democrazia, ammoniva Tocqueville, è il potere di un popolo informato. Ma la cultura della trasparenza, almeno in Italia, non gode proprio di buona salute. Chi fa seriamente il giornalista, ma anche i cittadini più avveduti, lo sanno: avere accesso a informazioni raccolte dallo Stato è una strada tutta in salita. E l’Italia non risulta neppure fra i 90 Paesi democratici ad avere un FOIA (Freedom of Information Act), cioè un corpo di norme che regolano il diritto di accesso all’informazione. La Pubblica Amministrazione – è un dato di fatto, ha bisogno di più trasparenza: è per questo che il progetto Foia4Italy, nato dalla società civile italiana, avanza una proposta di legge per dotare anche il Belpaese di un suo Freedom of Informaction Act. Ma a che punto stanno i lavori? Lo abbiamo chiesto a Guido Romeo, data e business editor di Wired Italia e co-fondatore di Diritto Di Sapere.

Quali sono le ragioni che a tuo avviso hanno fatto sì che l’Italia non sia ancora fra i 90 Paesi democratici con accesso all’informazione?
Attenzione, non è corretto dire che da noi non c’è accesso all’informazione. Ci sono ben due leggi, la 241 del 1991 (la legge sugli accessi agli atti della PA) e il decreto 33 del 2013 (il decreto Monti) che rappresentano le leggi di riferimento. Il problema è che lasciano ampi spazi scoperti (la 241 impone, ad esempio, di motivare il legittimo interesse di chi richiede l’informazione) o sono attese (basta guardare quante sono le amministrazioni ancora non in regola con il decreto trasparenza a due anni dalla sua promulgazione). Il risultato, per il cittadino, è il pessimo tasso di accesso all’informazione come abbiamo documentato nel report “Silenzio di Stato” dell’associazione Diritto Di Sapere. Il titolo già dice l’essenziale: su 300 richieste di accesso alle informazioni che abbiamo fatto nell’arco di tre mesi, il 65% non ha nemmeno ricevuto una risposta. Detto questo, la filosofia giuridica e amministrativa è arretrata perché uno degli ostacoli principali è ancora il comma 22 della legge 241 che sancisce che il cittadino non può fare richieste volte al monitoraggio dell’operato della pubblica amministrazione. Questo è invece ormai il cardine di tutti i processi di open government al quale anche l’Italia ha aderito entrando a far parte dell’Open Government Partnership. Non a caso proprio l’ultimo report OGP, come quello di Transparency International, raccomandano l’adozione di un Freedom of Information Act all’americana che espanderebbe enormemente la trasparenza e le possibilità di accesso all’informazione da parte degli italiani.

Nel tuo percorso professionale, hai incontrato delle difficoltà nell’accesso all’informazione?
Le incontro continuamente. L’ultimo esempio sono i dati sull’amianto per la nostra inchiesta “Il Prezzo dell’Amianto“. Ma non è stato diverso in passato, con le informazioni che abbiamo richiesto sulla sicurezza degli edifici scolastici italiani. [Qui un’intervista illuminante sull’atteggiamento di alcuni dipendenti pubblici]. Il Miur è poi stato anche condannato dal Tar per aver negato di essere responsabile dell’aggiornamento dell’anagrafe dell’edilizia scolastica che dovrebbero (finalmente) presentare tra 10 giorni.

Quali Paesi sono stati presi a riferimento per il Foia4Italy? Quali i punti più importanti del testo?
Un punto di riferimento essenziale sono gli Stati Uniti, ma abbiamo anche svolto un’analisi comparata su otto diversi Paesi, tra cui Svezia, India e Croazia. Il testo che abbiamo presentato il 18 febbraio è in corso di revisione da parte degli uffici legislativi della Camera e il 18 aprile, esattamente a 60 giorni come ci eravamo promessi, lo presenteremo al Festival Internazionale di Perugia
I punti essenziali sono 10. Il primo: “Il diritto di accesso è previsto per chiunque, senza obbligo di motivazione” (eliminando le restrizioni previste dalla Legge n. 241/1990) è quello a mio avviso più importante, ma se non soddisfa tutti i 10 punti non considereremo il testo che andrà in Parlamento all’altezza dei Foia che vediamo in altri sistemi giuridici.

In che modo il crowdsourcing nazionale ha contribuito a migliorare il Foia4Italy? In che modo viene promosso?
Il testo che si trova online è un esercizio di scrittura collettiva guidato da diversi giuristi come Ernesto Belisario e Monica Palmirani e che ha coinvolto i rappresentanti di almeno 30 associazioni . In più c’è stata una lunga consultazione pubblica che ha raccolto diversi stimoli dalla società civile. Direi che il processo in sé è stato un’innovazione con pochi precedenti in Italia. Tutti i membri delle associazioni che aderiscono ne parlano e fanno opera di promozione in convegni e scrivendone. L’appuntamento di Perugia è un esempio e stiamo programmando una serie di appuntamenti prima dell’estate per spiegare l’importantza del Foia su diversi fronti: dalla lotta alla corruzione alla competitività economica, oltre che per l’aumento della partecipazione e la difesa dei diritti civili. Da qualche giorno si può anche firmare la petizione a cui si accede dalla home page di http://www.foia4italy.it/

Il sito Diritto di Sapere ha lanciato la piattaforma “Chiedi”. A che punto sono i lavori?

Con Diritto di Sapere, di cui sono presidente, lo abbiamo lanciato a febbraio e siamo in beta. Nelle prossime settimane spero arriveranno i fondi che aspettiamo e partiremo con l’implementazione di nuove funzioni, l’ampliamento del database delle PA alle quali si potrà scrivere (per ora ci sono solo Ministeri e Regioni), nuove funzioni e azioni specifiche per lo sviluppo della community. L’obiettivo è di arrivare a qualche centinaio di richieste entro l’estate in modo da poter fare un primo bilancio.

Fonte: Voci globali, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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