Veglia d’armi. Caffè del 15

Mineo Corradino alganews

Quando l’altro ieri ho ascoltato in tv  l’ex presidente della Repubblica, già santo protettore di Matteo Renzi e delle sue riforme istituzionali, manifestare pubblicamente nostalgia per il Mattarellum, la liquidazione del quale era stata a suo parere “un grave errore”, confesso che mi sono illuso. Per un momento ho pensato che Napolitano suggerisse al premier la soluzione per trarsi di impaccio alla vigilia del voto sull’Italicum. Prendere atto finalmente delle forti critiche apparse negli ultimi giorni sui grandi giornali moderati e dei forti dubbi espressi non soltanto dall’opposizione ma da buona parte della maggioranza per adottare il compromesso proposto, prima della rottura del Patto del Nazareno, da un deputato del PD e fatto proprio dal Movimento 5 Stelle. Mi sbagliavo naturalmente, perché Matteo Renzi è davvero deciso a tenere la barra del timone dritta verso l’orizzonte del centrodestra e del partito della nazione. Scommette sulle divisioni della minoranza PD e ha buoni motivi per farlo. Domani vedremo….Ma come è bello..sognaare! (nandocan)

***di Corradino Mineo15 aprile 2015 – Il mio Regno per l’Italicum. Corriere: “La minoranza Pd fa muro sull’Italicum. Renzi, avanti, non giochiamo a monopoli”. Repubblica: “La trincea dei ribelli Pd. Renzi, basta giochi”. Come Riccardo III di York  (le cui ossa, rinvenute di recente, sono state sepolte con grande evento mediatico), sconfitto nel campo di Bosworth ma non domo, offriva il suo regno per proseguire la battaglia, così Matteo Renzi confida alla retroscenista Meli: “se la legge non passa dovrò salire al Quirinale. E poi, Matteo? E se Mattarella, com’è probabile, non accettasse di sciogliere le camere? E se anche si votasse con la proporzionale, non dovresti, pur vincitore, cercare alleati, comporre, mediare? E della tua strategia -delegare tutto al governo- cosa resterebbe ancora in piedi? I bluff ripetuti hanno il naso lungo di Pinocchio.

All’alba vincerò. È tuttavia probabile che “il principe ignoto” (Grillo gli ha tolto il nome!) alla fine conquisti il cuore di Turandot e strappi l’approvazione della sua legge elettorale. Perchè è debole la posizione di Berlusconi che l’Italicum l’ha fatto passare al Senato. Perchè M5S e Lega giocano a fare le opposizioni anti sistema e non si spenderanno per uno schieramento trasversale. Perchè i piccoli partiti di centro con lo sbarramento al 3% contano di poter tornare alla Camera. Perchè quello che resta della ditta mostra un deficit incolmabile di cultura liberale: ieri una persona per bene mi ha detto che la legge “è comunque migliorata”, quando invece è peggiorata perché trasforma la nostra democrazia parlamentare in un premierato senza contrappesi. Persino D’Alimonte – la fonte è il manifesto – ha finalmente ammesso che con l’Italicum avremo l’elezione diretta del premier che si trascina dietro quella della Camera.

La battaglia delle Ardenne, l’ultima sul fronte occidentale, voluta da Hitler per vendere cara la pelle e fiaccare quanto più possibile gli anglo-americani. Per Stefano Folli, Corriere, somiglia a quella battaglia la resistenza delle minoranze PD. Renzi è destinato a vincere ma “rischia di ritrovarsi via via più solo, prigioniero di se stesso e sempre più bisognoso di un rapporto diretto con la massa degli elettori. È la radice del populismo, in formato tecnologico e multimediale”. Massimo Franco, Repubblica, teme che il continuo braccio di ferro con le minoranze, causi alle regionali una più forte disaffezione per le urne e per il PD: “Il rischio vero è quello della scissione tra l’elettorato e chi non è in grado di offrirgli una scelta degna di questo nome. Sarebbe la premessa di una pericolosa democrazia con sempre meno popolo”

Todos Caballeros. Berlusconi, pena estinta. Il Giornale euforico scrive: “Berlusconi libero, Renzi no”. La corte di Strasburgo contesta la condanna di Contrada per “concorso esterno”. Ora spera pure Dell’Utri. Il tribunale di Napoli conferma le accuse di Woodcock ma gli toglie l’inchiesta sulle Coop, la competenza è di Bologna. Fatti diversi ma sintomo che non ci salverà la supplenza delle toghe.

In carcere, no? Un Carneade, pare che si chiami Fabio Tortosa, ha scritto che mille volte rifarebbe ciò che fece nella scuola Diaz. Applausi in rete. Prevedibile, inevitabile: sui fatti della Diaz e di Bolzaneto cadde l’omertà di stato. I colpevoli, di governo e di polizia, stesero un velo nè consegnarono ai magistrati la lista di chi partecipò alla “macelleria messicana”. Tolleranza e complicità possono convincere un Conte Tacchia a vendicarsi sulla giustizia sparando in tribunale, e un fascistello in divisa che torturare non è reato. Anzi merita una medaglia

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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