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Una Francia sotto sorveglianza?

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***di , 13 aprile 2015 – Lo si può chiamare effetto Charlie Hebdo. Il contraccolpo emotivo della strage del 7 gennaio a Parigi sta provocando effetti simili a quelli provocati negli Stati Uniti dalla strage dell’undici settembre. Ai morti delle torri gemelle il presidente Bush replicò con il “Patriot Act” un insieme di leggi che sacrificava la privacy al bisogno di sicurezza estendendo i settori dove Nsa e Fbi potevano spiare senza controlli della magistratura. In Francia l’operazione, con le dovute differenze, ha un sapore analogo.
Il relatore della nuova legge per garantire un maggior potere di intervento dei servizi segreti nella lotta al terrorismo, il deputato socialista Jacques Urvoas, ha detto testualmente: “in questo settore gli Stati Uniti sono un modello”. Con tanti saluti alle promesse iniziali del premier Valls che aveva escluso un Patriot act alla francese.
E invece la legge che si sta discutendo in questi giorni all’assemblea nazionale concede margini di manovra molto più ampi rispetto al passato ai servizi segreti che potranno spiare la posta elettronica e effettuare registrazioni senza l’autorizzazione di un magistrato nel caso di “minaccia alla sicurezza nazionale”.
Va detto che esiste qualche contrappeso maggiore rispetto al modello americano. Viene formata una commissione di controllo (due deputati, due senatori, due membri del consiglio di Stato, due della Corte di cassazione e una personalità “qualificata”nominata dalla Agcom francese). La commissione deve dare un parere sulle singole operazioni di intelligence che solo il premier puo’ decidere. Lo stesso premier puo’ disattendere il parere delle commissione che a quel punto può ricorrere al Consiglio di stato. In piu’ esiste una protezione particolare per parlamentari, magistrati, avvocati e giornalisti. E’ tutto quello che ha potuto ottenere una opposizione alla nuova legge indebolita dall’enorme impatto emotivo dell’attentato a Charlie Hebdo.
“Chi di noi si oppone viene trattato da terrorista” ammette il capofila dell’opposizione parlamentare, il deputato ecologista Sergio Coronado. Cosi’ il drappello di oppositori e’diventato sparuto e afono: qualche socialista, qualche deputato Ump qualche ecologista. Piu’ i difensori dei diritti civili che hanno manifestato fuori dal parlamento.
Il dibattito prosegue e la legge può essere ancora migliorata. Ma la preoccupazione e’ quella espressa a tutta pagina da Le Monde: e’ un progetto di legge che minaccia le liberta’ individuali: una Francia sotto sorveglianza?

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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