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La “Ley Mordaza”, una riforma di legge per mettere a tacere la Spagna

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Se prese isolatamente, la nuova legge bavaglio spagnola e il “Patriot act” alla francese di cui riferiscono per articolo 21 Matteo Giulietti (vedi di seguito) e Antonio Di Bella, potrebbero anche apparire come normali misure antiterrorismo, in parte giustificate dagli attentati recenti. Anche le nuove normative su diffamazione e intercettazioni che il governo Renzi intende fare approvare dal Parlamento possono sembrare ai non addetti ai lavori una ragionevole limitazione a tutela del buon nome e della privacy in generale. Ma oggi dobbiamo valutare queste misure in un contesto storico europeo che vede, con la crescita delle disuguaglianze e la concentrazione in poche mani del potere politico ed economico, il progressivo indebolimento dei diritti fondamentali dei cittadini e della loro rappresentanza istituzionale. A cominciare dai sindacati e dai partiti tradizionali della sinistra, sempre meno capaci di una risposta politica adeguata all’offensiva neoliberista nonostante il suo fallimento evidente nel far fronte alla crisi.  Ecco perché leggi e proposte di legge come quelle di cui parliamo, per non dire della RAI governativa ideata dal governo italiano, assumono un significato inquietante. Perché pluralismo mediatico e libertà di espressione rischiano di rimanere l’ultimo argine alla corruzione e alla prepotenza di pochi privilegiati, come pure alla minaccia dei populismi che finiscono quasi sempre per avere uno sbocco reazionario. Un argine che è nostro dovere di cittadini democratici e di giornalisti difendere con impegno (nandocan).

***di , 13 aprile 2015 – Sarebbe corretto parlare di riforma della “Ley Orgánica de Protección de la Seguridad Ciudadana”, ma ormai tutti la conoscono come “Ley Mordaza”. La nuova “legge bavaglio” ha concluso l’iter parlamentare giovedì 26 marzo, giorno in cui sono state approvate anche la riforma del Codice Penale e la Ley Antiterrorista.

La Ley Mordaza è stata oggetto di numerose polemiche a causa delle limitazione alle libertà d’espressione e di associazione che essa comporterebbe. Le critiche manifestate  da Bloggers, giornalisti e associazioni per il libero pensiero hanno attirato l’attenzione dell’Onu e del dipartimento specializzato nella tutela e rispetto dei diritti umani. Tra i punti maggiormente discussi della legge si segnalano:

  • “Per effetto della legge, si considerano organizzatori o promotori di riunioni o manifestazioni in luoghi pubblici, le persone fisiche o giuridiche che abbiano sottoscritto la suddetta organizzazione”. In sostanza, sono previste multe dai 100 ai 60.000 euro per tutti coloro che, soprattutto attraverso internet e i social media, possano essere ricondotti all’organizzazione di un evento (manifestazione, corteo…) che abbia turbato l’ordine pubblico. Qualora un utente non fosse direttamente coinvolto nell’organizzazione, saranno sufficienti un tweet o un hashtag esplicitamente correlato all’avvenimento, per rischiare di incorrere ugualmente nelle sanzioni.
  • È proibito “L’utilizzo non autorizzato di immagini o dati personali o professionali relativi ad autorità o esponenti delle forze dell’ordine, che possa mettere a rischio la sicurezza personale e familiare degli agenti […]”. Oltre a multe sino a 30.000 euro, ai poliziotti sarà inoltre consentito il sequestro delle macchine fotografiche/cellulari di tutti coloro che si rifiuteranno di rispettare la norma.

Le restrizioni imposte dalla Ley Mordaza hanno fatto squillare il campanello d’allarme dell’ONU. Maina Kiai, relatore speciale per i diritti di riunione pacifica e associazione, ha dichiarato che la riforma in essere, oltre a limitare i suddetti diritti, ne ridimensiona considerevolmente le possibilità d’azione ad essi correlate.  Un gruppo di relatori ha infine chiesto in forma ufficiale di rivalutarne l’applicazione giacché questa “minaccia di violare i diritti e le libertà fondamentali degli individui”.

L’entrata in vigore della Ley Mordaza è prevista per mercoledì 1 Luglio. Da oggi, per circa due mesi, il governo spagnolo sarà chiamato ad una prova di coscienza nel rivalutare quelle riforme che, al di là delle giustificazioni soggettive, rappresentano un’oggettiva limitazione delle libertà di associazioni ed espressione.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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