Una voce nel deserto. Caffè del 13

La Costituzione non si baratta. Michele Ainis non è, fra i costituzionalisti, il più critico nei confronti di Renzi e delle sue riforme. Al contrario, il PD aveva fino a ieri motivo di considerarlo tra i più benevoli. A maggior ragione dovrebbe approfittare di questi ultimi giorni prima del dibattito in aula per riflettere sui rischi che corrono governo e maggioranza con l’esame di costituzionalità dell’Italicum da parte di Mattarella prima e della Consulta poi. Non lo faranno, un decisionismo cieco ripetuto ormai come una formula del catechismo non lo consente e, come dicevano gli antichi, “quos vult Iupiter perdere dementat prius”. E il minimalismo delle preferenze di gran parte della minoranza non cambierebbe comunque la sostanza delle cose. “Gli oppositori dem – scrive oggi Ainis nel Corriere della Sera – vedono la pagliuzza, non la trave. Invece entrambi gli occhi di questa legge elettorale vengono accecati da due travi: di merito e di metodo. Perché in primo luogo alleverà un gigante con tanti cespugli, per riprendere l`espressione di Antonio Polito (Corriere, 8 aprile). L`Italicum premia il partito vittorioso, determina l`investitura diretta del premier, però con una soglia d`accesso al 3% spegne l`opposizione, la frantuma, le impedisce ogni funzione di controllo. Il voto diventa un plebiscito, il plebiscito muta i parlamentari in plebe”. La bocciatura verrà, conclude Ainis, da Mattarella prima o dalla Consulta poi. Ma fanno bene il senatore Mineo e i pochi altri parlamentari che la pensano come lui a dare ancora battaglia, non fosse altro che a futura memoria. Meglio tentare almeno di sciogliere i nodi prima che vengano al pettine (nandocan).

Mineo Corradino alganews***di Corradino Mineo13 aprile 2015 – Il primo genocidio del XX secolo. “Il Papa riapre il caso armeno”, scrive il Corriere. “Il Papa e gli Armeni: fu genocidio”, Stampa. “L’ira dei turchi, parole inaccettabili” aggiunge Repubblica. 100 anni fa, al tempo dell’immane carneficina detta Grande Guerra, l’Impero Ottomano, vivificato dal movimento nazionalista dei “giovani turchi”, combatteva con i tedeschi contro i Russi. Dopo la sconfitta di Sarıkamış, la caccia agli Armeni accusati di essere una quinta colonna russa. Arrestati e trucidati intellettuali e politici, poi le marce della morte: tutto un popolo deportato sotto il tiro delle armi, lasciato morire di fame e di stenti, fra fucilazioni e impiccagioni. In seguito toccò agli Assiri della Chiesa d’Oriente, ai Siriani, cattolici e ortodossi, ai Caldei. Il genocidio degli Armeni divenne persecuzione dei cristiani.

 Oggi come 100 anni fa. il Papa va ripetendo che è in corso “una guerra mondiale a capitoli”. Lo scontro tra sunniti e sciiti ne è un capitolo. E nel 1915 guerra, scontro per il potere, industria della morte, imperialismo producono, come diversivo ed effetto collaterale, la persecuzione di chiunque sembri diverso. Perché caldeo o yazida o comunque cristiano in terra d’Islam o anche agnostico. “Recita il corano, se non ci riesci ti sgozzo”. Pulizia etnica preventiva in vista della guerra fra islamici. Ignavi i potenti aspettano per stare col vincitore. Francesco misura la sua solitudine e alza la voce.

Meno tasse? No, di più.  È quel che pensano 4 italiani su 5, dice Nando Pagnoncelli. E per l’ottimismo di governo è un mezzo disastro. Hai voglia a dire che gli 80 euro e gli incentivi alle imprese sono riduzione d’imposte. Hai voglia a scrivere (Repubblica)  che con il tesoretto trovato: “Il bonus sarà per 7 milioni di Italiani”. L’uomo della strada non vede miglioramenti, né ripresa, né corsa ai consumi, né servizi migliori. Così le tasse gli appaiono un sopruso, sia le nuove che quelle che lo raggiungono dal passato, perché non avrebbe pagato qualcosa 5 anni prima e gli spettano maggiorazione e penale. C’è un segnale nei sondaggi di Pagnoncelli. Il PD resta forte (per via della crisi degli altri partiti) ma la fiducia in Renzi soffre: da lui un 73%  si aspettava meno tasse.

Le travi che accecano l’Italicum. Sulla prima pagina del Corriere, Michele Ainis bastona le minoranze PD. Non ha senso dire “senza correttivi all’Italicum non voteremo la riforma della Carta”, perché  la Costituzione – spiega- viene prima e non si baratta. Né tantomeno si può sostenere (senza vergogna) che tutto si aggiusterebbe se qualche deputato in più fosse eletto con la preferenza. Trovo che abbia ragione Ainis: gran parte della minoranza PD non riesce a liberarsi di sciocchezze dette ed errori commessi: ha sbagliato Bersani a dire sì alla riforma costituzionale perché il Senato delle Regioni gli preleva farina della ditta. Sbaglia oggi chi non osa contestare l’impianto complessivo delle riforme (vedi il Caffè di ieri) perché premio di maggioranza e doppio turno suonano familiari in casa Pd.

Fin quando l’opposizione nasconderà le vere ragioni, Renzi avrà ragione. E le vere ragioni (del dissenso) dopo Polito, le ripropone Ainis: “L’Italicum premia il partito vittorioso, determina l’investitura diretta del premier, però con una soglia d’accesso al 3% spegne l’opposizione, la frantuma, le impedisce ogni funzione di controllo. Il voto diventa un plebiscito, il plebiscito muta i parlamentari in plebe”. Ed eleggeremo -aggiungo. solo sindaci governatori e premier. “Ma all’esame di Stato – scrive Ainis – l’Italicum troverà comunque Mattarella, e dopo di lui pure la Consulta. Meglio evitare bocciature”. Avrà ragione, ma preferisco intanto dare battaglia.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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