Sinistra senza popolo.Caffè del 12

Del Rio a Repubblica: ora “solo lavori utili”. Ha ragione Mineo, se non si tratta ancora dell’ennesimo annuncio, il “basta alle grandi opere” del nuovo ministro delle Infrastrutture sarebbe il primo segnale governativo di una politica economica moderna e intelligente. E non solo perché taglierebbe le gambe alla corruzione. Uno stop deciso alla cementificazione e allo spreco di terreno agricolo ma soprattutto il dirottamento degli investimenti edilizi nella manutenzione ecologica del territorio e del patrimonio abitativo, pubblico e privato, è quanto l’ urbanistica più avanzata propone da anni. Sarebbe l’avvio effettivo di un’ “economia verde” nel settore industriale, in quello agricolo e in quello urbano. Ma un avvio difficilmente compatibile con il taglio programmato delle risorse agli enti locali e gli ex sindaci Renzi e Del Rio lo sanno perfettamente. Energie rinnovabili, cinture di parcheggi intorno alle città, non più scuole fatiscenti, trasporti pubblici non inquinanti, banda ultra larga dovunque, ecc. Non dovrebbe essere questo, oggi, il programma infrastrutturale di un governo di centrosinistra? (nandocan)

Mineo Corradino alganews***di Corradino Mineo12 aprile 2015 – Basta grandi opere, dice Del Rio a Repubblica, ora solo lavori utili. È la prima volta, a mia memoria, che il governo cambia verso e rinuncia all’eredità di Berlusconi. Prima ci sono voluti un’inchiesta giudiziaria, lo smantellamento della struttura di missione (Incalza) al ministero delle Infrastrutture e le dimissioni di Lupi. Applaudo: le grandi opere, e l’uso dell’emergenza come lubrificante per spendere denaro pubblico, hanno moltiplicato la corruzione, piaga putrefatta della nostra società -come dice Bergoglio- e spalmato ovunque l’intermediazione mafiosa. Ciò detto, per finanziare l’enormità di piccoli lavori che sarebbero utili (ieri in Sicilia ha ceduto un altro viadotto) serve un’intelligenza diffusa nel Paese (tecnici, amministratori onesti e imprese in regola) e serve che lo Stato investa e controlli. Serve, insomma, un’intermediazione virtuosa invece della mafiosa. Purtroppo tutte le riforme di Renzi smontano i corpi intermedi, depotenziano i controlli, attribuiscono responsabilità a professionisti esterni, presi dal mercato, che non è sano ma esso stesso putrescente.Chi ricostruirà?

Senza appoggio popolare la sinistra diviene un inutile club. Questa frase, che Scalfari prende a prestito da Jacques Julliard, riassume il problema che hanno davanti socialisti francesi e spagnoli, laburisti britannici e socialdemocratici tedeschi. La risposta di Renzi è semplice: sciogliere il club, diluirlo nel Partito (centrista) della Nazione e stabilire un rapporto diretto tra leader e maggioranza degli elettori, maggioranza fra i pochi che continueranno a votare.

“Di fatto è l’abolizione della democrazia parlamentare”, scrive Scalfari, perchè “un Parlamento di «nominati» in un sistema monocamerale è una «dependance» del potere esecutivo”. Per questo, cambiare la legge elettorale, prevedere la possibilità di coalizzarsi tra primo e secondo turno e riconsegnare agli elettori la scelta dei deputati, è il minimo per salvare l’Italia, la sinistra e forse persino Renzi.  

E abolire il Senato. Sì, io che mi sono battuto con orgoglio insieme a Chiti per un Senato delle Garanzie (150 senatori e 350 deputati, la “politica” solo alla Camera, Costituzione e Diritti anche al Senato), davanti allo scempio della riforma Boschi e Finocchiaro, ora invoco un sistema mono camerale. Perchè l’assoluta priorità è preservare l’indipendenza del Presidente della Repubblica e della Corte Costituzionale. Mantenendo un simulacro di Senato, Renzi elude il tema, confonde le acque e consegna tutto all’arbitrio del premier.

Bocciato per de-merito. Il ministro Poletti (ex lega delle cooperative e per questo fotografato a una cena del Buzzi) aveva annunciato 79mila assunzioni per merito del governo. Non aveva contato i licenziamenti, per cui il saldo positivo si è ridotto a 49mila unità. Poi l’Inps ha fatto i conti, con tutte le variabili, e il saldo attivo è scomparso solo 13 occupati in più. Che figura! Peggio ancora con gli industriali. “Jobs act: dietro front sull’aumento dei contributi”, scrive il Sole24Ore. Una “norma di salvaguardia” caricava, infatti, su imprenditori e autonomi nuovi contributi per i maggiori costi del jobs act. Scoperto, Poletti è stato costretto, ieri, a fare un precipitoso e indecoroso passo indietro. Ne faccia un altro, si dimetta!

Non ha il carisma di Fidel, ma Raul Castro, definendo Obama “uomo onesto, che non ha colpe per la storia”, ha imposto la verità ai media. Ha ricordato che un secolo di sangue e di dittatori, di sfruttamento e sopraffazione in America Latina ha come  primo responsabile l’imperialismo americano. Obama lo sa: “Non resteremo imprigionati nel passato, dice, finisce  la nostra ingerenza!”

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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