Povertà, le differenze tra il Reis e il “reddito di cittadinanza” del M5S

Il Movimento 5 Stelle è stato fino ad oggi “l’unica tra le principali forze politiche italiane a fare della lotta alla povertà una priorità”. Il riconoscimento viene da Cristiano Gori, coordinatore del tavolo di sigle non profit e istituzioni, che ha proposto il Reddito di inclusione sociale (Reis) e  spiega nell’articolo che segue dove esso è diverso dal cavallo di battaglia dei grillini. Target, regia, modalità di messa in pratica, ruolo del terzo settore (nandocan)

povertà (lotta alla)dal Redattore sociale, 10 aprile 2015 – Nonostante i numeri della povertà in Italia stiano diventando sempre più allarmanti, all’interno delle aule parlamentari parlare di politiche di contrasto alla povertà è quasi un tabù: ci si scontra col nodo delle risorse, si bisticcia sui tecnicismi, si addossa la responsabilità dell’insufficienza degli strumenti attualmente in vigore alle lentezze burocratiche, ma in Parlamento non si arriva quasi mai a discutere del problema.

Chi da qualche tempo sta portando avanti una proposta di contrasto alla povertà è il Movimento 5 Stelle, che nei giorni scorsi attraverso il blog di Beppe Grillo, ha annunciato l’intenzione di portare la povertà in piazza con una manifestazione di cui si stanno ancora discutendo i dettagli. Dei grillini è la proposta di un reddito di cittadinanza contenuta in un ddl depositato nell’ottobre 2013 e recentemente giunto in Commissione Lavoro al Senato.

Il testo, però, non è l’unica iniziativa in campo contro la povertà in Italia. C’è anche la proposta di Sel, mentre un incontro a metà marzo tra governo e l’Alleanza contro la povertà, composta da 33 tra realtà associative – come Acli, Caritas, Forum terzo settore, Banco Alimentare, Action Aid e Save the Children – istituti di ricerca comne Irs e Fondazione Zancan, rappresentanze dei comuni e delle regioni, sindacati, che propone l’istituzione di un Reddito d’inclusione sociale (Reis) a sostegno di chi si trova in povertà assoluta, fa pensare ad un apertura del governo al progetto.

Qualcosa, quindi, si sta muovendo, ma immaginare che le diverse proposte o idee possano giungere al traguardo con un unico testo o progetto non è cosa facile. Nonostante le convergenze sul tema, soprattutto per quel che riguarda la povertà assoluta, sono tante le differenze, soprattutto per quel che riguarda la proposta del Reis in confronto al reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 Stelle. Un testo che, tra l’altro, è sostenuto tra i firmatari soltanto da parlamentari del movimento.

A fare un confronto tra le due proposte attualmente in campo e maggiormente supportate è Cristiano Gori, docente di politica sociale all’Università Cattolica, nonché ideatore della proposta e coordinatore del gruppo di lavoro che ha portato alla definizione del Reis. Nonostante il suo sia un commento schierato, al Movimento 5 Stelle, Gori riconosce il “contributo cruciale nel riportare l’attenzione politica sul tema della povertà”. Secondo Gori, infatti, il Movimento “fino ad oggi è stata l’unica tra le principali forze politiche italiane a fare della lotta alla povertà una priorità. Se non ci fosse il Movimento 5 Stelle si parlerebbe molto meno di povertà nella politica”. Quattro le differenze fondamentali tra le due proposte individuate da Gori.

Due target, due cifre. La platea di riferimento delle due misure è in parte la stessa, ma nel disegno di legge del M5s si punta ad una misura più ampia della sola povertà assoluta. “Il Reis, come la gran parte delle proposte contro la povertà, si rivolge alle persone in povertà assoluta– spiega Gori -, circa 6 milioni di persone. Il reddito di cittadinanza proposto dal Movimento 5 stelle, invece, si rivolge alle persone in povertà relativa, circa 10 milioni”. Platee radicalmente diverse che determinano anche due fabbisogni economici diversi: secondo i 5 Stelle servirebbero infatti 15 miliardi di euro l’anno, mentre l’Alleanza contro la povertà parla di 7 miliardi a regime (17 nei primi 4 anni).
Per Gori tuttavia occuparsi di povertà assoluta non significa non considerare la necessità di politiche che riguardino la povertà relativa. Quest’ultima, semplicemente, ha bisogno di strumenti diversi da un reddito minimo per essere fronteggiata. “Quando parliamo di povertà relativa, parliamo di impoverimento – spiega Gori – di chi vive percorsi di progressivo peggioramento che vanno arginati prima di arrivare alla povertà assoluta. Le politiche per contrastare la povertà assoluta, però, sono diverse da quelle per arginare l’impoverimento. A livello macro, con la povertà assoluta bisogna fare un reddito minimo, contro la povertà relativa occorre un pacchetto di politiche per il lavoro, per la famiglia, per la non autosufficienza e altro”.

I “registi” locali. Diversi, tra Reis e reddito di cittadinanza targato M5s, anche i soggetti a cui è affidata la regia territoriale. “Secondo la proposta del reddito di cittadinanza la regia ce l’hanno i centri per l’impiego che coordinano la rete e fanno la presa in carico – spiega Gori – Secondo il Reis, invece, la regia ce l’hanno i comuni. Il reddito di cittadinanza prevede che i centri per l’impiego coordino la presa in carico e in alcuni casi possono coinvolgere i comuni, mentre il Reis è l’opposto: i comuni si occupano della presa in carico e nel caso di inserimento lavorativo coinvolgono i centri per l’impiego”.

Il ruolo del terzo settore. Altro punto discordante, tra le due proposte, quello del ruolo del terzo settore: attivo nel Reis, assente nella proposta del Movimento 5 stelle….

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Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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