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LeG Roma***da Massimo Marnetto, 8 aprile 2015 – Oltre al petrolio, l’Italia importa giustizia.
Come ha dimostrato  la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, stabilendo  che nel 2001 le forze dell’ordine torturarono i dimostranti di Genova e che denuncia la mancanza in Italia  del reato specifico di tortura.
L’accusa cade sulla inadeguata classe politica, che non ha voluto creare il reato di tortura, anche se associazioni e studiosi di diritto ne richiedono l’inserimento  nel codice, dopo le atrocità avvenute nella scuola Diaz e soprattutto nella caserma di Bolzaneto. Come ha raccontato  il coraggioso ex-magistrato Roberto Settembre nel suo libro “Gridavano e piangevano”, che ha scritto dopo essersi occupato personalmente del caso, ma solo quando è andato in pensione, da cittadino.
Un libro che riporta le testimonianze di chi è entrato nel “Garage Olimpo” ligure, dove si doveva stare per ore con le braccia alzate, in piedi, senza alcuna assistenza, vessati dall’obbligo di guardare in terra, facendosi tutto addosso perché andare al bagno era una concessione; e insulti e umiliazioni di ogni tipo erano lo sfogo libero di pseudo tutori dell’ordine, esaltati da ogni abuso loro consentito da una tacita sospensione del diritto, lasciata filtrare dai responsabili del Governo Berlusconi, a cui ha fatto seguito un’amnistia politica, prima di quella formale.
Tutto questo si è sempre saputo. Ma la politica – destra e sinistra –  ha fatto finta di non sentire. Non ha deciso sperando che il tempo nascondesse queste storie di abusi, come i caschi  senza identificativo avevano nascosto le responsabilità dei torturatori istituzionali.
Ora chiediamo che il reato di tortura sia istituito in fretta.
E nella vigilanza  di noi cittadini partirà un contatore, per segnare quanti giorni ci vorranno per sanare questa vergogna da parte di un parlamento che si è agitato per definire la responsabilità civile dei giudici, ma che non ha mai riconosciuto la responsabilità di aver consentito – con la propria ignavia – l’impunità di aguzzini in divisa.
Che hanno macchiato con sangue non solo i muri di una scuola, ma la Costituzione.
Massimo Marnetto
Libertà e Giustizia di Roma

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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