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Diaz, condanna all’Italia. “Vergognoso che manchi ancora il reato di tortura”

Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, commenta la sentenza della Corte europea di Strasburgo, secondo cui il comportamento delle forze dell’ordine verso i manifestanti “deve essere qualificato come tortura”. “Ora una legge seria, non solo un’operazione di facciata”, dice Gonnella. Ma se volete capire perché una legge introdotta da anni nei paesi europei è rimasta ferma per tanto tempo alla Camera fatevi un giro in rete e contate il numero dei commenti scandalizzati e incazzati per la sentenza, per lo più rigorosamente anonimi. Credetemi, non sono pochi quelli che danno per scontato o addirittura doveroso, magari nel chiuso di una caserma, l’uso della violenza da parte delle forze di polizia. Se non può essere una scusante per l’ignavia dei nostri parlamentari, ci aiuta tuttavia a capire che si tratta di un ritardo, non solo politico o legislativo, ma di educazione civica per superare il quale la nostra scuola non sembra fare abbastanza. Ma possiamo tutti provare a dare una mano per  chiarire le idee, per esempio rispondendo in rete ai commenti. Naturalmente con nome e cognome (nandocan). 

Diazdal redattore sociale, 7 aprile 2015 – “Per i fatti di Genova c’è finalmente una giustizia, ma non in Italia. Le brutalità commesse alla scuola Diaz posso essere chiamate torture solo in Europa perché noi non abbiamo ancora introdotto questo reato nel codice penale. E’ un fatto vergognoso e gravissimo che abbiamo rimarcato più volte. C’è da rattristarsi che ci sia bisogno di una sentenza del genere per aprire gli occhi”. Commenta così Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, la sentenza della Corte europea di Strasburgo che ha riconosciuto il reato di tortura per le violenze commesse dalle forze dell’ordine ai danni dei manifestanti che dormivano  nella scuola Diaz di Genova, durante il G8 del 2001. All’origine del procedimento c’è il ricorso presentato da uno degli ospiti della scuola, Arnaldo Cestaro, che all’epoca aveva 62 anni e che come gli altri giovani, soggiornanti nella struttura, fu vittima di un violento pestaggio.

In particolare, la sentenza di Strasburgo condanna l’Italia perché quanto compiuto dalle forze dell’ ordine “deve essere qualificato come tortura”, ma anche per la mancanza di una legislazione adeguata contro questo tipo di reato. La discussione sul disegno di legge che prevede l’introduzione del reato di tortura anche in Italia è, infatti, ancora ferma alla Camera. Il dibattito dovrebbe riprendere proprio in questi giorni. “Speriamo che la condanna di Strasburgo acceleri i tempi dell’approvazione – aggiunge Gonnella – ma speriamo soprattutto che esca fuori un testo buono e coerente con quanto previsto dagli organismi internazionali. Non vogliamo solo un’operazione di facciata, ma chiediamo un testo valido che configuri tale reato in coerenza con il testo delle Nazioni Unite. In ogni caso, ancora una volta bisogna aspettare una sentenza europea per far aprire gli occhi su questi temi a coloro che hanno la responsabilità politica – conclude Gonnella – Così come il sistema penitenziario italiano è riuscito a riformarsi solo dopo la sentenza Torreggiani, solo dopo questa sentenza si arriverà forse all’ introduzione del reato di tortura. E’ triste che questo paese sia incapace di riformarsi da solo”. (ec)

© Copyright Redattore Sociale, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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