Trionfale impotenza. Caffè del 7 aprile

“12 riforme in due anni”. A proposito del linguaggio “renziano”. Confesso che qualche anno fa, quando sentii per la prima volta parlare di “marketing politico” ne fui quasi scandalizzato. Ora ci stiamo tutti abituando all’idea che il linguaggio politico coincida col linguaggio pubblicitario. E sotto le parole niente (nandocan).

Mineo Corradino alganews***di Corradino Mineo7 aprile 2015 – “Fermiamoli anche con le armi”, così il nostro ministro degli esteri, in prima pagina sul Corriere, parla del Daesh (non dice Isis, per non regalargli un fantomatico “califfato) e degli alleati (Shabaab, Boko Haram) che ammazzano cristiani per il solo fatto di esserlo. Risponde all’appello del Papa alla Comunità Internazionale perché non distolga lo sguardo da quelle persecuzioni. Fa del suo meglio, Paolo Gentiloni, per dire che siamo pronti e determinati, ma non dice – non può dirlo – che il massacro in Kenya, le fosse comuni scoperte a Tikrit, l’assalto al campo dei profughi palestinesi a Damasco (con una manifestazione di protesta a Gaza contro Daesh) da qualche settimana sembrano solo l’epifenomeno di un’altra guerra, quella che una grande coalizione arabo sunnita sta combattendo (con la benedizione di Israele) in Yemen e in ogni sede diplomatica, contro l’Iran ma anche contro Obama. 

 Francesco lo sa, e lo sa Obama che spiega a Thomas Friedman del New York Times come l’intesa con Teheran sia our best bet, la nostra migliore scommessa. Che l’America, è abbastanza forte per potersi fidare ma anche per colpire chi dovesse tradire. E mentre i giovani persiani sognano più libertà e democrazia, l’Arabia Saudita chiede aiuto al Pakistan, visti gli scarsi risultati dell’offensiva su Sana’a. Il Kenya bombarda due campi somali. Non si parla più della Libia. Si isolano i Curdi. Con le bandiere nere ormai sui sobborghi di Damasco

Solo il manifesto, “Si tocca il fondo”, apre con la Grecia. A Pasqua Christine Lagarde ha incassato la promessa di Varoufakis: la Grecia restituirà mezzo miliardo di interessi sul debito. Bravo, ma non basta! Gli gnomi del capitalismo finanziario vogliono che Tsipras proceda a un rimpasto, che faccia entrare nel governo i partiti responsabili del disastro greco, giusto per chiedere un altro prestito, promettendo di  serrare ancora la garrota al collo del popolo.  E sulla Grecia continua il silenzio assordante dello statista Matteo Renzi!  

Peggio che un crimine è un errore. Financial Times pompa oggi in prima pagina il richiamo di Bruxelles a “Grecia, Portogallo, Spagna e Italia” per il sostegno dato alle banche. Da qui a venerdì il nostro governo dovrà decidere nuovi tagli per scongiurare l’aumento dell’IVA. “I sindaci sono in trincea”, dice Repubblica, con in testa Fassino e poco dietro il fido Nardella. Né basta rivendicare di aver fatto “12 riforme in due anni” quando tutti sanno, e il Corriere lo sottolinea, come “le previsioni sul PIL italiano siano state sgonfiate dalla realtà: 14 punti in meno dal 2008”. Né l’abolizione del Senato e delle Province, né la legge per l’elezione diretta del premier, cambieranno la realtà delle cifre.

Così Diamanti denuncia: “La solitudine di Matteo”. “Perché negli ultimi anni – osserva – si è assistito alla rapida devoluzione di tutti i corpi intermedi, di tutti i principali sistemi e organismi di mediazione fra società e Stato. Fra società e istituzioni”. Renzi ha assecondato il processo, facendo della destrutturazione il fulcro delle riforme! Ora però, “visto che tutto – istituzioni, costituzioni, leggi elettorali –  è in corso d’opera. Matteo Renzi: è un uomo solo, affiancato da una cerchia stretta di persone amiche e fedeli. Agisce e decide — prevalentemente — da solo. Contro tutti”. “Probabilmente è ciò che gli interessa – continua Diamanti – ma non sono cero che ciò rifletta i suoi interessi. Un sistema dis-intermediato, senza più — o quasi — corpi intermedi, dove i poteri locali appaiono logori: rischia di diventare un serio problema di fronte a possibili, future emergenze. Economiche, sociali, civili. Interne ed esterne. Allora la solitudine potrebbe rendere tutto molto più difficile”. È ciò che provo a dire da tempo. Più vince più resta solo, prigioniero di una trionfale impotenza.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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