Cento anni per raccontare una vita

Auguri, compagno Ingrao, altri dieci come te e cambieremmo davvero l’Italia o almeno la sinistra italiana. Ai non più giovani come me hai dato davvero molto. Quanto vorrei che l’entusiasmo per la tua straordinaria figura di un giovane come Roberto Bertoni si diffondesse tra i suoi coetanei. E chissà che non succeda, prima o poi! (nandocan)

Ingrao***di , 30 marzo 2015* – Cento anni: auguri, compagno Ingrao!

È molto difficile raccontare l’avventura umana e politica di un uomo così complesso, di un personaggio che ha attraversato da protagonista un intero secolo e ha avuto la fortuna, e in alcuni casi il dispiacere, di conoscerne da vicino quasi tutti i protagonisti; pertanto, abbiamo deciso di tralasciare il pur importantissimo lato politico di un soggetto che è stato deputato dal ’48 al ’92 e presidente della Camera fra il ’76 e il ’79, negli anni dei governi di unità nazionale, e di concentrarci sull’uomo Ingrao, sul poeta Ingrao, sull’Ingrao appassionato di cinema e di sport, sull’Ingrao ragazzo negli anni bui del fascismo e sull’Ingrao partigiano, sull’Ingrao della Resistenza, sull’Ingrao direttore dell’Unità mentre i carri armati sovietici entravano a Budapest e in lui si incrinavano quelle granitiche certezze proprie di un certo comunismo: un percorso interiore che lo avrebbe indotto, dieci anni dopo, a dichiarare apertamente, durante l’undicesimo congresso del PCI, di non sentirsi persuaso dalle posizioni assunte dal partito.

La storia di Pietro Ingrao, infatti, è quella di un meraviglioso eretico, di un uomo sempre avanti, sempre in tumulto, sempre alla ricerca, mai pago, nemmeno in tarda età, degli obiettivi raggiunti e delle conoscenze acquisite, sempre con lo sguardo rivolto al futuro; il che fa di lui un politico anomalo e un sognatore realizzato, tanto più in questa stagione di meschini figuranti che interpretano la politica non come un’arte nobile ma come un mezzo di sostentamento personale privo di alcun respiro ideologico.

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*da articolo 21

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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