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C’è speranza, perché si sente la forza di una coalizione sociale

Il giorno dopo le cose sono più chiare. Dopo la manifestazione a Piazza del Popolo, la Coalizione sociale si fa “massa critica” (Rodotà) per chiedere ai partiti di ripensare alla dignità del lavoro attaccata dal Jobs Act. Al di là della  truffa delle parole, che nascondono la fine della tutela dall’ingiusto licenziamento, con le suadenti “tutele crescenti”.

“E’ come se – mi dice un metalmeccanico mentre marciamo – ci togliessero la libertà di parola in azienda. Se sai che ti possono licenziare quando vogliono, stai zitto e incassi le ingiustizie tue e ti giri dall’altra parte se vedi quelle che fanno agli altri”. I lavoratori si riprendono la parola in piazza perché scoprono con rabbia e dolore di non essere più difesi dal PD in Parlamento e dal suo Governo. Un lutto di rappresentanza che sembrava impossibile potesse accadere.
“Con Renzi si è tutto incasinato – fa una lavoratrice che tiene lo striscione della sua fabbrica in liquidazione – e il PD che viene dal partito dei lavoratori, adesso a noi lavoratori non ci caga più. E sbaglia chi pensa di stare all’asciutto, solo perché non ha il contratto nuovo del Jobs Act, perché tra un po’ toccherà pure a lui. Perché appena cambi lavoro, diventi Jobs Act, anche se prima eri art. 18″. Il sindacato della Fiom scopre così che deve farsi carico di questa domanda di tutela e ampliare il suo ruolo, per ascoltare associazioni e movimenti, e intraprendere insieme un  pericoloso  di “mobilitazione delle debolezze” per superare un  “vuoto di democrazia” (Zagrebelsky).
Ecco, questo è il punto.
Non credo – come dice Landini – che Renzi sia peggiore di Berlusconi, ma credo che sia molto più pericoloso. Perché quello attaccava da destra i diritti ed era un nemico riconoscibile, mentre Renzi li svuota da sinistra e a molti questa sua collocazione basta per fidarsi e lasciarlo fare.
Il giorno dopo è tutto più chiaro e più duro.
Ma c’è speranza, perché si sente la forza di una coalizione. Sociale

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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