Rai, non è la volta buona

Alle valutazioni, che condivido, del portavoce di articolo 21 aggiungo un’ ipotesi alternativa di Vincenzo Vita, tratta da un suo articolo sul Manifesto.  “….Proviamo a indovinare – scrive Vita –  Si vuole passare da un servizio pubblico (certamente pieno di limiti e di contraddizioni) ad una società solo formalmente statale: di fatto privata. E di cui una parte (RaiWay docet) potrebbe proprio essere messa in vendita. Non ora, ovviamente. Sarebbe politically uncorrect. E persino le sinistre del Partito democratico protesterebbero. Prima o poi accadrà, quando meno te lo aspetti….” Insomma, mi azzardo a esplicitare il ragionevole dubbio di Vincenzo: sicuri che non si tratti di un primo passo verso la privatizzazione del servizio pubblico? Altro che la RAI ai cittadini. Altro che #lavoltabuona (nandocan).

Giulietti Beppe***di , 29 marzo 2015* – “La Rai non può essere governata da una legge che si chiama Gasparri… Restituiremo la Rai ai cittadini liberandola dal controllo di governi e partiti…”, come non condividere le parole di Matteo Renzi? Proprio perché le abbiamo condivise dobbiamo rilevare la distanza tra questi propositi e il disegno di legge presentato dal governo.

Il nuovo consiglio di amministrazione passerà da 9 a 7 componenti. Quattro saranno espressi da Camera e Senato. Due dal governo, e tra questi l’amministratore delegato. Uno sarà indicato dai dipendenti. Il canone sarà inserito nella fiscalità generale e definito ogni anno dal governo in carica che avrà così una potentissima leva di condizionamento perenne.

Il combinato disposto delinea un quadro di ulteriore rafforzamento del controllo politico e di governo. La Rai rischia una ulteriore involuzione sulla strada della trasformazione da servizio pubblico ad agenzia di Stato. Si aggiunga a questo che nella proposta non si fa riferimento alcuno alla risoluzione del conflitto di interessi. Il medesimo Renzi non è sembrato entusiasta del progetto, infatti ha parlato di “piccoli ritocchi”. L’unico spiraglio è rappresentato dalla decisione di rinunciare al decreto e di presentare un disegno di legge.

Ora spetta al Parlamento provare a cambiare il testo, separando nettamente gli indirizzi dalla gestione, introducendo meccanismi di nomina e di selezione pubblica per l’amministratore delegato, riformando radicalmente la Commissione parlamentare di Vigilanza.

A chi ci rimprovera di non cogliere gli elementi di novità, non possiamo che rispondere che il progetto presentato non risponde ai requisiti indicati da Renzi. Dal momento che la Rai sotto il controllo di esecutivi e partiti non ci piaceva ieri, non può farci piacere neppure oggi. Almeno per oggi “Non è la volta buona”!

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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