Unione degli Studenti: il ministro Poletti preferisce lo sfruttamento alla formazione

Unione degli Studenti: il ministro Poletti preferisce lo sfruttamento alla formazione

Da Danilo Lampis, coordinatore nazionale dell’Unione degli studenti, una risposta decisa all’ultima trovata del ministero del lavoro (la stessa su cui ieri Crozza ha fatto ridere mezza Italia). Pubblicato su Jobsnews.it (nandocan).

***Danilo Lampis, Le dichiarazioni del Ministro Poletti sono allucinanti. Sembra voler invitare gli studenti a lavorare d’estate, preferendo lo sfruttamento alla formazione. Scaricare cassette in un magazzino non è un’esperienza formativa e purtroppo tanti studenti compiono già lavori sotto sfruttamento e senza alcuna valenza formativa per potersi mantenere.

Noi siamo a favore di un modello di alternanza realmente di qualità, che può essere messo in opera anche nell’arco di qualche settimana estiva attraverso una opportuna revisione delle sospensioni didattiche nel corso dell’anno scolastico. Ma per fare ciò sono necessari ingenti finanziamenti, in grado di cambiare radicalmente l’attuale modello. Il Governo privilegia gli slogan e il lavoro gratuito tramite lo strumento dell’apprendistato che noi rigettiamo.

Uno statuto che tuteli gli studenti da prestazioni di manodopera gratuite

Pensiamo che i percorsi di alternanza debbano essere normati da uno statuto delle studentesse e degli studenti che tuteli e garantisca realmente gli studenti per evitare che le esperienze di alternanza si configurino come prestazione di manodopera gratuita. Sarebbe necessaria una copertura assicurativa adeguata e un numero di tutor sia aziendali sia scolastici reale e gli studenti dovrebbero poter partecipare alla stesura dei concordati tra le scuole e le aziende e poter scegliere in quali aziende fare l’alternanza scuola lavoro. Sarebbe necessario creare una commissione paritetica tra studenti e docenti che si occupi della stesura dei concordati, della scelta delle aziende e degli obiettivi formativi. Se infatti lo scopo dell’ASL non è insegnare “la mansione”, ma delle competenze e delle capacitazioni di saper fare, non è indispensabile sviluppare necessariamente i percorsi nelle aziende, ma sarebbe possibile mettere le scuole in un rapporto proficuo con tutto il territorio.

Un codice etico che permetta l’alternanza scuola-lavoro

È altresì necessaria la definizione da parte del MIUR di un codice etico che permetta l’alternanza scuola-lavoro solo in aziende qualificate, che hanno esperienza formativa nell’ambito del lifelong learning (formazione permanente ndr) e che rispondano a precisi principi ambientali e norme anticorruzione. È infine necessario potenziare il fondo di mobilità, per permettere anche agli studenti delle Regioni più periferiche di svolgere esperienze di alternanza senza sopportare costi ingenti per le famiglie.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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