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Matteo Renzi e il partito dell’io

Renzi Matteo 1

L’articolo che segue è apparso su nandocan 1l 14 giugno 2013. Matteo Renzi era ancora solo il sindaco di Firenze, chissà se immaginava che in meno di due anni avrebbe trasformato il PD nel Partito di Renzi. Ma il rischio che correvamo era già all’orizzonte. A futura memoria (nandocan)

 

***Roma, 14 giugno 2013 – Oggi provo a spiegare perché Matteo Renzi  non mi convince. Anche se  lui è già riuscito a convincere milioni di italiani. Questo dicono i sondaggi e la cosa non meraviglia.  Matteo Renzi è uno che parla chiaro, virtù rara per un leader politico. Affronta gli argomenti, anche i più spinosi,  con linguaggio elementare e diretto. Appare convinto e determinato. Non  sembra  importargli molto di risultare retorico, generico o ripetitivo. Civetta con l’uditorio alternando modestia e arroganza, vittimismo e spavalderia. E’ appassionato e dinamico, disinvolto e pragmatico.

La sua popolarità si spiega con il trionfo del leaderismo nella cosiddetta seconda repubblica. Ma proprio per questo non mi convince. A parte il merito delle sue analisi, in parte anche condivisibili, trovo insopportabili  il personalismo, non soltanto egocentrico, della sua concezione della politica e il linguaggio che ne consegue. Ecco qualche frase dall’ultima intervista che gli ha fatto Repubblica: “Caro Epifani, devi fissare la data del congresso… Epifani  decide, noi ci teniamo liberi e poi vediamo. Stavolta non mi faccio fregare, prima si fanno le regole e poi dico se mi candido…pare che vogliano mettere Nico Stumpo  a decidere le regole…Sono amico personale di Letta e lo stimo molto. Enrico è proprio bravo. Poi, poveretto, deve governare con Brunetta e Schifani…Se Letta cambia il paese io sto con Letta…”.

Chiunque lo ha ascoltato qualche volta in televisione capisce che questo è solo un piccolo esempio. Quella politica dell’Io è fatta di leader e leaderini in competizione tra loro per  il consenso elettorale  necessario alla loro carriera.  Una moda incoraggiata e nutrita dai media che ha funestato la democrazia del ventennio berlusconiano. Popolarissimo il primo obbiettivo di Renzi, quello che lo ha reso famoso: rottamare la nomenclatura di notabili e capicorrente di cui il partito democratico non si era ancora liberato. Un po’ demagogico ma anche con un suo fondamento.

Politicamente nefasto, invece,  il secondo obbiettivo,  quello che Bersani ha definito, con giustificato sarcasmo, dell’”uomo solo al comando”. Fare del Pd un altro partito personale, come quelli che ci stanno accompagnando alla fine traumatica della seconda repubblica. Un partito non strutturato e libero dalle regole che impediscono ai più furbi e ai più abili di condurre le danze. E a proposito di regole: quale sia il senso della legalità di Renzi  si è capito, più che nella vicenda delle primarie, dal modo ammiccante in cui motiva la sua opposizione all’inellegibilità di Berlusconi. Una legge in vigore sistematicamente violata per 19 anni  è  da lui liquidata come “un giochino inventato per  tenerlo fuori dal parlamento”.

Tra parentesi: non mi sorprende che sull’ obbiettivo dell’”uomo solo al comando” converga anche il principe dei “rottamati”. Avendo subito a malincuore il parziale  rinnovamento del gruppo dirigente avviato da Bersani, Massimo D’Alema non rinuncerà facilmente anche alla sua concezione oligarchica del  potere. Un leader ci vuole.

Paradossalmente, è toccato a un ex ministro del governo tecnico, Fabrizio Barca, spiegare in giro per l’Italia agli iscritti del Pd che è sbagliata l’ipotesi di fondo su cui si regge la delega in bianco ai professionisti della politica:  “l’ipotesi, cioè, che alcuni, pochi individui, gli esperti, i tecnocrati, dispongano della conoscenza per prendere le decisioni necessarie al pubblico interesse indipendentemente dai contesti”. Se pure è stata vera in passato, oggi non è più così. Nella mutevole società di oggi la democrazia esige “un confronto acceso e aperto fra le conoscenze parziali detenute da una moltitudine di individui”. Confronto e anche conflitto: solo da qui può nascere la vera innovazione.

Altro che partito leggero, all’americana. Altro che insistere con i “partiti dell’io” di Renzi e tanti altri come lui. Del resto, non riconoscono tutti che il risultato eccellente del Pd nelle elezioni amministrative è frutto di un’organizzazione saldamente radicata nel territorio? Serve, sostiene Fabrizio Barca ed io condivido, un partito di sinistra aperto alla società, non autoreferenziale e non stato-centrico, capace  di  mobilitare le conoscenze e sfidare lo Stato sulle azioni pubbliche necessarie per soddisfare i bisogni e le aspirazioni dei  cittadini. A tutti i livelli, a cominciare da quello locale, ma controllando dall’esterno, senza mescolarsi  e  confondersi  al governo delle istituzioni. Basta questa programmata separazione fra dirigenti ed eletti per capire che si tratta di una vera rivoluzione. Non è un cammino facile. Al prossimo congresso se ne comincerà a parlare. Speriamo.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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