Il bipolarismo è malato, che fare? Caffè del 23

Mineo Corradino alganewsdi Corradino Mineo23 marzo 2015 – In Andalusia e alle cantonali francesi hanno vinto i partiti (tradizionali) d’opposizione. “Il ritorno di Sarkozy, Le Pen non sfonda, recupero dei socialisti”, titola il Corriere. Repubblica e Stampa sullo stesso tono. In Andalusia la quarantenne Susana “Diaz ottiene una solida maggioranza”, scrive El Pais. “Il PSOE incassa un risultato migliore del previsto, il PP (partito del premier Rajoy), il voto peggiore degli ultimi venti anni”. Ma se in Francia la destra “repubblicana” supera il 36% e la coalizione socialista raggiunge il 28, è vero pure che il Front National si attesta al 25%. In Andalusia, Podemos fa il 15% e Ciudadanos più del 9. Se non è morto, il bipolarismo è certo minacciato. Proprio come è successo in Italia nel 2013. Ci sono tre modi di affrontare il problema. 

  1.  Con una grande coalizione, come in Italia. Però, quando studieranno i flussi dal non voto al voto (e viceversa), UMP e socialisti andalusi sapranno che molti loro elettori potenziali sono andati ai seggi (mentre altri dei principali concorrenti sono rimasti a casa) proprio per evitare un accordo tra opposti. Sarkozy già non vuole intese con i socialisti nemmeno per far “barrage” ai lepenisti.
  2. Si può fabbricare una legge elettorale tanto “perfetta” da dare comunque la vittoria a un sol partito e a un sol uomo. È ancora l’Italia l’esempio: l’Italicum, in cottura, prevede un doppio turno non tra candidati di base ma tra leader: alla fine vince solo Renzi o Salvini o Landini o Di Maio. Così però si riduce il voto alla semplice scelta di una carica monocratica: sindaco, governatore, premier. (noi non voteremo più per il Senato né per le Province) Ma soprattutto così si svuota il Parlamento, che non decide né controlla, fa solo la “ola” al premier. E si taglia il cordone con gli elettori per un’intera legislatura. 
  3. La terza soluzione potrebbe consistere nel rafforzare la comune casa europea (i populismi sono per vocazione nazionali), riducendo il potere della Troika in favore della scelta degli elettori. E, al tempo stesso, aprire a coalizioni, magari rafforzando i poteri del “dominus”, del leader  della forza più votata. In Andalusia Susana governerà certamente, forse con Ciudadanos (che viene dalla destra), per non tirare la volata a Podemos che alle politiche potrebbe scavalcare il PSOE, ma già Zapatero,  dice alla Stampa che Podemos “non è populista”.

Sinistra PD. Rosy Bindi dice al Corriere: “Andrò in piazza insieme agli operai. Sembro all’opposizione, non mi dispiace”. Stefano Fassina spiega a Repubblica: il problema è “il riposizionamento del PD verso l’establisment. Noi siamo in sintonia con Papa Francesco per la dignità dei lavoratori”. La prima non rottama D’Alema ma gli ricorda che talvolta “non ha fatto cose di sinistra”, il secondo dice anche a Bersani: «Devono capire che abbiamo bisogno di discontinuità di cultura politica, di agenda, di classe dirigente”. Intanto Pisapia non si ricandida a Milano.

 

Repubblica apre con le intenzioni di Renzi: “dirigenti a rotazione, piano anticorruzione per le società di stato”. Il Sole24ore con i suoi rinvii: “La proroga unica certezza nella Babele delle tasse. Nell’ultimo anno mille interventi, oltre la metà per correzione”. Mario  Deaglio parla sulla Stampa dei cinesi che si sono regalati la Pirelli: “Andiamo incontro – osserva – al futuro economico e industriale del Paese con gli occhi bendati, nella convinzione che la politica industriale sia un vecchio arnese da museo, reliquia di un passato socialista e che «il mercato» faccia tutto da solo”.

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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