Mafia, il nodo vero è la politica

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Io sapevo che nel sud del Lazio la mafia c’era arrivata negli anni sessanta, con il soggiorno obbligato di Frank “tre dita”, di Partinico, boss internazionale di droga. Non molti anni dopo il suo arrivo, era riuscito a importare i suoi traffici di cocaina e perfino di armi, tanto da farsi chiamare il “re di Pomezia”. Segno che la vigilanza non doveva essere molto severa e l’ambiente non troppo sfavorevole. Ne ebbi personalmente conferma negli anni settanta e ottanta, non solo coi miei soggiorni estivi ma anche con qualche inchiesta televisiva sull’abusivismo edilizio lungo la bellissima costa di Sperlonga e Gaeta. Clientelismo, sopraffazione, violenza e corruzione, per non parlare dell’evasione fiscale, la facevano da padroni. Questo per dire che se è vero che il nodo è la politica, è vero anche che lo Stato è più facilmente assente (o addirittura fa parte del problema) dove e quando sono tanti i cittadini che non lo vogliono. Anche se assai più giovane di me, la bravissima collega Anna Scalfati, originaria di quella terra, ha potuto sperimentare di persona quanti e quali sono gli ostacoli locali da superare per sciogliere quel nodo (nandocan). 

***di Anna Scalfati, 20 marzo 2015* – Negli anni ottanta la mafia c’era ma la si negava. Questo avveniva in Sicilia. Sempre negli anni ottanta nel Lazio la mafia c’era ma lo sapevano in pochi.  All’epoca dell’inchiesta Mani Pulite – 1994 –  l’investigatore che oso’ fare collegamenti tra le mafie e il potere politico in provincia di Latina  ricevette un ordigno nel giardino della sua villetta.

Eppure, nel rapporto sulle Mafie nel Lazio – presentato ieri a Roma dal Presidente della Regione Nicola Zingaretti con il contributo dei vertici della Procura romana rappresentata dall’aggiunto Michele Prestipino e dal responsabile dell’Osservatorio per la legalita’ del Lazio Giampiero Cioffredi – si mette bene in evidenza (anche se riferita unicamente alla provincia di Frosinone) una relazione della Commissione Parlamentare Antimafia risalente addirittura al 1991. In detta relazione si parla di lotti dell’A2 , tra San Vittore e Capua, controllati dai clan Nuvoletta e dai Moccia di Afragola.

Cosa e’ accaduto alla politica tra il 1991 e il 2015 se le vicende dei giorni nostri sia di mafia Capitale sia dell’indagine “sistema” del Ministero dei Lavori Pubblici, tanto sembrano una prosecuzione di un discorso datato? Nella risposta a questa domanda credo ci sia la chiave non di lettura ma di indagine per comprendere la presenza massiccia e radicata di tutte le mafie – sia quelle tradizionali che le mafie autoctone ( come ricordato dal dott. Prestipino) in tutto il Lazio. Mafie autoctone o locali, o indigene, che altro non sono che gruppi criminali che hanno mutuato comportamenti violenti e mafiosi per ottenere benefici economici. Gruppi locali che hanno scelto di diventare “soci” delle piu’ grandi organizzazioni criminali, comprese quelle che si abbeverano al terrorismo  e ai tesori dei Casamonica .

Leggere le carte e’ sufficiente per capire che l’equazione “la mafia c’e’ dove lo Stato e’ assente” rappresenta bene la situazione di gran parte del Paese ma in modo particolare del Lazio. Da una parte inestimabili tesori ambientali e archeologici e naturalistici da depredare, dall’altra la vicinanza strategica con la Capitale hanno fatto del Lazio la terra di elezione delle mafie. Cosi’ come una volta  l’aria che tirava nel Paese la si capiva da come tirava l’aria a Palermo. Così oggi l’aria del Paese si comprende da come tira l’aria a sud della discarica di Borgo Montello.

E adesso tira una brutta aria se solo in pochi mesi sono state incendiate trenta auto a Sabaudia e ha preso fuoco anche una palazzina mentre si spara con grande facilita’ a Terracina e a Latina.

“Mancano gli anticorpi” diceva un relatore ieri  nella conferenza. “Manca l’informazione giusta” dico io. Manca la presenza dello Stato in modo concreto. Con provvedimenti amministrativi, con il controllo degli appalti e delle consulenze. Non si possono lasciare soli i rappresentanti dello Stato: Polizia , Carabinieri e  Finanza .Non si puo’ credere che tutto sia nelle mani di un Prefetto. Negli anni passati- in provincia di Latina – le persone scomode venivano disincentivate. Presidenti di Tar o di Tribunale: era piu’ semplice farli trasferire. Una politica del blandire e del promuovere “ut amoveatur”. Era tutto cosi’ forte e strutturato da non consentire di porre la questione “mafia”.  Giornalisti perseguitati e querelati, sindaci in rivolta  contro la stampa per avere “osato” sporcare il territorio con false accuse.

Adesso che i massimi esponenti della politica e della magistratura ci dicono che “il tempo stringe”  siamo noi a fare una richiesta alla politica : “il tempo stringe” e le amministrazioni devo affrontare la questione della cosa pubblica non piu’ in termini di voti prestando il fianco alle richieste dei boss ma devono sapere spiegare ai cittadini che la politica economica sana non presuppone arricchimenti a scapito della povera gente. Troppi soldi che girano sono soldi riciclati. Nozioni da prima elementare per chi si candida a sindaco alle prossime elezioni.

* da articolo 21, il grassetto è di nandocan

 

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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