La quinta colonna.Caffè del 19

Mineo Corradino alganewsdi Corradino Mineo19 marzo 2015 – Un altro attentato, il più vicino all’Italia, il primo che abbia fatto morti italiani. La Stampa: “Tunisi: i primi italiani uccisi dall’Isis”. Il Fatto: “Primo sangue italiano”. Libero: “L’islam colpisce e fa strage di italiani”. Il Giornale: “È guerra”. Corriere e Repubblica, come El Pais, si guardano bene dal parlare, nei titoli, di guerra, di islam o della nazionalità delle vittime. La situazione è troppo grave per parlare alla pancia. Possono colpire ovunque, colpiranno in ogni dove. Gli attentatori (due uccisi, un terzo catturato) sono tunisini. Pare che volessero far irruzione nel Parlamento, colpire “L’ultima primavera” come dice Gilles Kepel. Poi hanno ripiegato sulla carneficina facile: “Raffiche contro i turisti”, scrive il Corriere, “l’assalto tra i mosaici e i miti greci, inno al Mediterraneo”.

 E Gad Lerner scrive di una “Trincea del Mediterraneo”. Sembra che questi terroristi divoratori di morte, già morti essi stessi, vogliano mettere in scena in qualche settimana l’espansione dell’Islam nel settimo secolo: dall’Arabia Saudita a Bagdad (grazie alla castroneria di Bush!) e dal Califfato, a briglia sciolte, verso il Mediterraneo. In realtà perdono ovunque. Non si vedono folle di derelitti che inneggiano al Califfo. A Tikrit ripiegano sotto i colpi di Sciiti irakeni e iraniani. I Curdi vincono (e ora Ocalan chiude la pagina del terrorismo per aprire quella della nazione curda). A centinaia i foreign fighters stanno lasciando, delusi e  frustrati, lo “Stato” medievale di Al Bagdadi. Tornano a casa, dove magari la fanno finita. Uccidono e muoiono, perché è molto difficile il ritorno alla civiltà dalla barbarie.

 Hanno però una quinta colonna, possente e radicata nella nostra opinione pubblica e nei nostri sistemi democratici. Ed è la paura. La paura ci rende simili a loro. I morti che ammazzano i vivi succhiano paura come i vampiri il sangue. Nei loro fumetti (o videogiochi) così come si sentono: bestie ferite e impaurite che vale la pena di scannare suicidandosi. La quinta colonna sono Marine Le Pen, sono Matteo Salvini e Bibi Netanyahu che speculano sulla paura. Sono gli gnomi della Bundesbank che vogliono cacciare la Grecia. Sono i giornali della destra che evocano la paura dell’Islam, come i loro antenati la giustizia di Dio, davanti al rogo delle streghe. Sono quelli che pensano di gonfiare vendite e share, perché per loro, come per Emilio Fede,“la guerra vale una scopata”. Chi ci difende, i nostri valorosi soldati, sono invece le parigine e i parigini scesi a milioni in piazza l’11 gennaio, sono gli abitanti di Tunisi accorsi ieri al Bardo per dire: “noi no”!

E gli Stati? Dovrebbero finirla di nascondere ambizioni imperiali e invidie, temporeggiando e nascondendo la realtà. La guerra in Siria e in Iraq la conbattono, per noi Curdi e Sciiti (forse pure qualche ex soldato di Saddam). In Libano è Hezbollah, la prima trincea contro gli uomini del Califfo già al balcone sulla valle della Beqa’. Aiutiamoli. Con le bombe,  va bene, ma anche bloccando ogni euro che possa finire nelle casse dei tagliagole. Combattendo le ambiguità di Qatar e Arabia Saudita. Aiutiamoli, dicendo a Israele e Turchia che non è tempo di giocare: chi colpisce il nostro alleato, aiuta il nemico comune. L’Italia di Renzi vuole guidare una missione, in ambito ONU, per ridurre il danno in Libia? Vediamo, ma non se ne faccia un diversivo.

Stasera Merkel e Draghi (con Parigi che media) incontrano Tsipras, che ieri ha già consumato il suo crimine: i poveri non paghino l’elettricità, 30mila alloggi ai senza tetto, aiuti alimentari per 300mila. E noi che facciamo? Gridiamo vergogna anche noi oppure guardiamo altrove, tacendo? Lupi non si dimette, Renzi tace, parla il retroscenista: “se si arriva alla mozione di sfiducia, non è detto che ti appoggi”. Che pazienza!.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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