L’oblio sulla Primavera dei Cedri

Dal suo “Mondo di Annibale”, Riccardo Cristiano ci invita a ricordare, dieci anni dopo,  la rivoluzione del “Cedro”, simbolo del Libano e della sua bandiera. Il sangue versato nella rivolta del 14 marzo 2005, contro l’occupazione siriana imposta dal regime di Assad. “La memoria è importante, ma per la Primavera dei Cedri non ce l’ha proprio nessuno”, scrive Riccardo. Io però la ricordo, forse perché ero stato in Libano ventun anni prima, nel gennaio – febbraio del 1984, inviato dal Tg2 per raccontare in uno “speciale” televisivo quella che intitolammo “L’agonia di Beirut”.  Rammento le macerie di una città disseminata di posti di blocco, ogni milizia i suoi, tormentata da una guerra civile strisciante che sembrava non potesse aver fine. Ricordo il coprifuoco che ogni notte dava inizio agli scontri armati, e al lume fioco di una torcia i nostri passi interrotti dal fragore delle cannonate, dal quartiere orientale maronita a quello sciita nel sud e viceversa (ma c’era anche il quartiere druso, anche quello con i suoi posti di blocco e la milizia armata). Rivedo un vecchio fornaio arabo, i dipendenti del quale, finito il lavoro, prendevano il fucile per andare a sparare su fronti avversi. Due anni prima i campi palestinesi di Sabra e Chatila, la presenza dei quali aveva probabilmente contribuito ad accendere gli animi e le ostilità, erano stati svuotati di forza dalle milizie cristiane-falangiste con un massacro che chissà se rimarrà nella storia, 35oo morti, sotto lo sguardo complice (se non peggio) del generale israeliano Sharon e del suo esercito. Anche di questi martiri non si parla più. I siriani ancora non c’erano, anche se Assad  padre faceva già sentire il suo potere dietro le quinte, complottando con gli uni o con gli altri. Il suo esercito (la Forza Araba di Dissuasione) arrivò nel febbraio dell’87 per reprimere l’anarchia ancora dilagante tra le milizie libanesi. Un ruolo che ha poi brutalmente svolto, alle spalle di Hezbollah, in assenza di un generale-dittatore locale come sono stati Gheddafi in Libia, Maubarak in Egitto, Saddam in Irak . Tutto questo per dire che le “primavere” fanno giustamente sognare, ma se il sangue versato per “l’idea di vivere insieme” non è preceduto e seguito da un comune progetto politico, sembrano destinate, altrettanto tragicamente, a finire, talora con una tirannia peggiore di quella che l’ha preceduta (nandocan).

Libano, primavera dei cedri***di Riccardo Cristiano, 14 marzo 2015 – Dimenticare o ricordare? Ho letto molto spesso, sui giornali, quanto sia importante la memoria. Ma in occasione dei questa metà di marzo evidentemente ce ne siamo dimenticati. Quale occasione migliore per l’esercizio della memoria di questi giorni. Il 14 marzo del 2005 ben più di un milione di arabi libanesi di ogni confessione scendevano in piazza per dire no all’occupazione siriana imposta dagli Assad. Dunque un libanese su tre era in piazza quel giorno. E sapevano bene cosa rischiavano “manifestandosi”. Il 15 marzo del 2011 quel vento arrivava a Damasco. E anche i siriani trovavano il coraggio di farlo, di scendere in piazza per dire no al regime degli Assad. Quale coraggio ci volesse lo abbiamo capito dopo: città rase al suole, centinaia di migliaia di morti, popolazioni private per centinaia di giorni di vitto, medicinali. Oggi in Siria ci sono 3,6 milioni di bambini che vagano tra le macerie, abbandonati, rimossi, randagi.

Dimenticare o ricordare? Ho letto molto spesso, sui giornali, quanto sia importante la memoria. Ma questo 2015 non si è dimostrato sin qui rorido di ricordi per i martiri libanesi. E sì che di martirio in questi tempi se ne parla, ma dei martiri libanesi uccisi per strada a Beirut, nel 2005, dieci anni fa, sotto i nostri occhi, non negli anfratti ridotti a inferi terreni del Califfato nero, ma tra vetrine di grandi marche e affollati caffè, non c’è traccia nella nostra memoria. Non c’è traccia di Georges Hawi, comunista e di famiglia cristiana, non c’è traccia di Samir Kassir, progressista e di famiglia cristiana, non c’è traccia di Pierre Gemayyel, liberale e di famiglia cristiana, non c’è traccia di Gebran Tueni, editore e di famiglia cristiana, non c’è traccia di Antoine Ghanem, deputato anche lui di famiglia cristiana. Ovviamente lo stesso vale per il deputato sunnita Aido. Questo sangue, come quello di Rafiq Hariri e di altri 22 esseri umani che viaggiavano con lui, ucciso per primo per le strade di Beirut, l’ex premier sunnita, non suscita riflessioni neanche dieci anni dopo. Né quello cristiano né quello musulmano, sangue dieci anni fa versato per un’idea, quella del vivere insieme.

Dimenticare o ricordare? Forse il punto è che ricordare questi martiri arabi della libertà, della democrazia, è scomodo, ci obbligherebbe ad andare al di là della conta tra “noi” e “loro”. E già, ma chi siamo “noi”? E chi sono “loro”? Dove collocare le vittime gassate alla periferia di Damasco? Con “loro”? O con “noi”? E quei criminali che hanno sparato a Beirut, dieci anni fa? Cosa volevano? Cinque di loro sono rinviati a giudizio dal Tribunale Internazionale, sappiamo chi sono, chi li teleguidava. Eppure. Eppure il sangue di quei cittadini arabi, cristiani scesi in strada con i loro fratelli musulmani, è finito nel dimenticatoio.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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