Rai, le lancette del cambiamento indietro di quarant’anni

RAI-Viale-Mazzini-RomaVincenzo, in ogni concerto c’è un momento in cui le prove stonate degli strumenti finiscono e il maestro direttore entra fra gli applausi del pubblico e degli stessi orchestrali. Mi pare che questo sia il senso che Matteo Renzi vuol dare alla consultazione pubblica sulle sue riforme annunciate, in particolare su questa della RAI. Se non vogliamo prestarci al giochetto mediatico degli annunci, chiudiamolo questo “cassetto delle idee”. Ne abbiamo avute fin troppe, tante che abbiamo finito per litigare sui dettagli delle diverse proposte facendo solo confusione. Sappiamo tutti bene che le nostre eccellenti proposte non serviranno a niente finché non verrà tagliato il cordone ombelicale che fino ad oggi ha costretto la RAI al servizio (privato) dei partiti. Nascosti – ma solo per le nomine – dietro le istituzioni. Un consigliere indicato dai dipendenti  dell’azienda non conterebbe più di quanto hanno mostrato di poter contare le due personalità indicate dal PD nell’attuale consiglio di amministrazione. Per quanto mi riguarda, questa è l’ultima volta che ne scrivo prima che il direttore salga sul podio e un testo scritto venga presentato all’esame del consiglio dei ministri (nandocan)

***di , 15 marzo 2015 – Al momento la riforma della Rai assomiglia al coro dell’Aida. Che, come si sa, tra il primo “partiam partiam” e quando esce davvero di scena fa passare parecchio tempo. Ecco, dopo l’annuncio e l’annuncio dell’annuncio (tecnica mediatica oggi assai diffusa), finora conosciamo solo qualche anticipazione di un testo per l’intanto nel cassetto delle idee. Vedremo cosa succederà al prossimo Consiglio dei ministri. Comunque, quello che si sa non va male. Di più. È pessimo. Le lancette del cambiamento non si spostano avanti, bensì indietro di quarant’anni. Prima della riforma del 1975. Il Governo indica l’amministratore delegato-capo azienda. Il resto sembra un contorno.
Tra l’altro, le anticipazioni contengono un curioso strafalcione. Quattro dei sette membri del consiglio di amministrazione vengono scelti dal Parlamento in seduta comune(?). Si tratta di una circostanza – la seduta comune- eccezionale, con una casistica prevista espressamente dalla Costituzione. Del resto, ci sono motivi generali per ritenere l’articolato previsto oltre i confini della consolidata giurisprudenza della Corte. Neppure è un gran correttivo l’inserimento di un dipendente dell’azienda nel consiglio. Così rischia di essere un belletto. Una rete senza pubblicità si propone. Evviva. Fu la proposta di vent’anni fa, che si collegava -però- alla normativa antitrust. Che oggi (insieme al conflitto di interessi) è il Grande Rimosso.

15 marzo 2015

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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