Il giornalismo è morto viva il neo giornalismo scritto o parlato ma web

Sono d’accordo con Andrea Melodia: il copyright sulla notizia non è più difendibile, la notizia viaggia da sola. Diverso però è il discorso per l’inchiesta giornalistica, radiotelevisiva o su carta stampata. Qui mi pare che la rete non si dimostri ancora in grado di reggere il confronto qualitativo con il “veterogiornalismo” eppure è qui che si dimostra la “nobiltà” del buon giornalismo (quello “di strada”, di cui con Ennio abbiamo detto più volte). Per quanto tempo ancora, vedremo (nandocan).

Informazione istruzioni per l'uso***di Andrea Melodia, 11 marzo 2015* – Informazione: istruzioni per l’uso. Ruben Razzante è l’esperto giuridico che forse meglio conosce l’evoluzione della professione giornalistica. Razzante, nella casa dolente di Federazione Editori parla subito del giornalismo in rete, dello scontro suscitato, dalle trasformazioni profonde in corso.

Ladri di notizie. Google continua ad essere individuato dagli editori come un “ladro di notizie”, piuttosto che come l’inventore di un servizio universale di “aggregatore di notizie”. Spetta ai Garanti, Pitruzzella per l’Antitrust e Soro per la Privacy, declinare correttamente i contenziosi aperti. La questione degli ‘over the top’, gli eccessi, l’abuso di posizione dominante, di evasione fiscale per carenza di normative internazionali, e di insufficiente sistema di garanzia per quanto riguarda quella che ormai viene chiamata la ‘profilazione’ degli utenti, che divenuta ormai il principale motore economico della nuova economia basata sullo sviluppo della rete.

La notizia viaggia sola. E i giornalisti? Loro (noi) sono rimasti ad ascoltare, ma temo che continuino a pensare che basti produrre notizie, e che queste, se ben fatte, abbiano un grande valore e si possano vendere. Purtroppo questo non è più vero: perché la notizia oggi viaggia con le proprie gambe, arriva a destinazione prima che il giornalista l’abbia messa nero su bianco, non trova sufficiente protezione né fisica né legale. Se anche è stato un giornalista a produrla diventerà preda del “copia e incolla” di chiunque. E sempre più spesso ci accorgiamo che la fonte primaria di una notizia non è un giornalista, ma un testimone oculare dotato di smartphone, o peggio qualcuno che pur non testimone crede di sapere come si sono svolti i fatti.

No news esentasse. Google, invece, non produce notizie, ma servizi basati su notizie. Un servizio utile e apprezzato dal mondo intero, che produce introiti stratosferici. Soldi meritati, se solo ci pagassero le tasse. Se affidassimo alla stessa Google l’invenzione di un modo per pagare il dovuto, credo sarebbero capaci di inventare quello che alla comunità internazionale riesce con tanta fatica e ritardo.

Addio vecchio © Copyright. Io non credo sia ormai molto difendibile il copyright sulle notizie. E’ difendibile il giornale, il commento originale, l’approfondimento; ma non la notizia. Credo che giornalisti e editori debbano cominciare ad accettare questa idea, e a darsi da fare per capire come dedicarsi a ciò che può sostituire il valore della notizia. Questo evidentemente va trovato nello sviluppo, in forme nuove, di servizi, costruiti sulle informazioni, che siano utili alla propria comunità di riferimento.

Qualcuno ci ama. Come RemoContro, che arriva ogni mattina nella nostra casella di mail con due o tre notizie che magari non sono sempre in assoluto originali, ma sono il frutto di un serio e competente lavoro di analisi e commento su fonti non facilmente disponibili. E dunque sono utili più per come ci arrivano che come notizie in sé. Un servizio che prima o poi potrebbe trovare, nelle nuove regole dell’informazione in rete, un equilibrio economico.

Siano nuove ma siano regole. Hanno ragione Ruben Razzante e le Autorità di garanzia a insistere sulla questione delle regole. Quelli di noi che hanno fatto televisione nel passato sanno bene come l’assenza di regole possa condizionare negativamente lo sviluppo di un nuovo sistema di comunicazione. Ora il problema è ancora più grave perché internet e la rete non sono soltanto sistemi di comunicazione, perché generano variazioni antropologiche. Ma questo è un altro discorso.

La pubblicità superveloce. Curioso: nel dibattito sul libro, è spettato al rappresentante dei pubblicitari lamentare con più veemenza i ritardi italiani nello sviluppo della rete e della sua appropriazione da parte degli utenti. Siamo indietro in tutti gli indici, nell’accesso dei privati, nella utilizzazione economica nelle imprese, nei servizi della pubblica amministrazione, nell’uso scolastico.Sarà il caso di cominciare a chiedere con energia di mettere la questione del diritto di accesso universale alla rete, che richiede investimenti, tecnologia e buone regole, al centro delle politiche dei prossimi anni. Serve davvero un volano spinto al massimo.

*da RemoContro, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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