Bersani, le riforme e la monaca di Monza

Andrea Pertici, il costituzionalista dell’Università di Pisa che ha scritto i testi delle proposte di riforma costituzionale presentate da Chiti e Civati, ci fa oggi riflettere sui rischi che si corrono perdurando l’incoerenza e la scarsa determinazione della minoranza Pd nei momenti decisivi del voto sulle proposte del governo. Comportamento che fa venire in mente il racconto manzoniano della giovane Gertrude che dopo avere acconsentito a malincuore ad ogni pretesa del padre pensando che non era un sì definitivo si trovò poi costretta a prendere i voti “…e fu monaca per sempre”. (nandocan).

***La riforma costituzionale dopo la approvazione della Camera: quale spazio per migliorarla?

Camera_Deputatidi , 11 marzo 2015* – La riforma costituzionale proposta e sostenuta dal Governo è passata alla Camera dei deputati con 357 voti favorevoli (pari al 56,6%) degli aventi diritto. Tra i contraenti del “Patto del Nazareno”, da cui tutto questo trae origine, Forza Italia si è espressa in senso contrario, pur con qualche dissenso, mentre il Pd è rimasto compatto a favore, con sole quattro eccezioni: Civati, Boccia, Fassina e Pastorino. Molti di coloro che hanno votato la riforma – soprattutto nel Partito democratico – continuano a sostenere che questa presenta seri limiti e che sarà necessario modificarla.Si tratta di una posizione davvero difficile da comprendere: normalmente chi non è favorevole, non esprime, infatti, un voto favorevole. È una questione di semplice coerenza, che la Costituzione richiede anche prevedendo il divieto di mandato imperativo, per salvaguardare la scelta del parlamentare secondo il proprio libero convincimento.Per di più, quanto alla possibilità di cambiare il contenuto della riforma, ammesso che questa posizione venga mantenuta, deve considerarsi che le possibilità si assottigliano ad ogni passaggio. Infatti, la Camera dei deputati ha modificato soltanto marginalmente il testo trasmessole dal Senato, il cui regolamento, all’articolo 104, prevede che «se un disegno di legge approvato dal Senato è emendato dalla Camera dei ​deputati, il Senato discute e delibera soltanto sulle modificazioni apportate dalla Camera, salva la votazione finale. Nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei deputati».Gli aspetti su cui il Senato potrà tornare perché modificate dalla Camera non sembrano molti, né particolarmente centrali. Forse qualcosa in più potrebbe farsi attraverso alcuni emendamenti aggiuntivi, anche in sede di disposizioni transitorie, ma sembra comunque difficile incidere, soprattutto a regime, sulle questioni più delicate e caratterizzanti. Pensiamo, ad esempio, alla partecipazione dei cittadini, alla semplificazione del procedimento legislativo (che finisce per divenire più complesso) e alla coerenza tra riforma delle Camere e del titolo V (su cui si è caduti in aperta contraddizione).La mancanza di una discussione approfondita e serena (cioè non scandita da contingentamenti e sedute fiume) sta restringendo sempre di più le possibilità di modifica da parte dei parlamentari, che rischiano di trovarsi presto costretti tra un voto favorevole o contrario del complesso del testo, secondo quanto previsto per la seconda lettura dai regolamenti di entrambe le Camere. Come poco potranno fare i cittadini quando saranno eventualmente chiamati a esprimersi nel referendum costituzionale nel quale potranno soltanto prendere o lasciare il testo che le Camere hanno approvato.

Si tratterà, in sostanza, di scegliere tra una riforma costituzionale che rischia di rendere il funzionamento delle istituzioni (e soprattutto del Parlamento) ancora più complesso, contorto e incoerente e il mantenimento del testo vigente, che, pur avendo dato complessivamente buona prova di sé (a differenza di quanto abbiano fatto le forze politiche), richiederebbe di essere alleggerito nel numero dei parlamentari e di essere reso più efficace nell’assunzione delle decisioni e nel controllo del Governo da parte del Parlamento, oltre che a favorire meglio la partecipazione dei cittadini.

In definitiva, in ogni caso, sembra che anche questa legislatura sia destinata a perdere l’occasione per una buona riforma costituzionale.

*da articolo 21, il grassetto è di nandocan

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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