Rai, no al cordoni ombelicali con i partiti, il governo e i “signori degli appalti”

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Dal portavoce dell’associazione “articolo 21”, in attesa della proposta formale del governo, una breve sintesi delle attese formulate da cittadini e operatori della comunicazione in una lunga stagione di confronti di idee, proposte e competenze, nella speranza  che possa far risalire l’Italia dagli ultimi posti in graduatoria per libertà di informazione e finalmente giungere alla creazione di un vero servizio pubblico (nandocan).

***di , 11 marzo 2015 – Ogni giorno esce qualche più o meno credibile anticipazione sulla imminente riforma della Rai preannunciata dal governo Renzi. Su queste anticipazioni si scatenano reazioni di ogni tipo, comprese le nostre. La sensazione, tuttavia, è che Renzi, molto abilmente, stia saggiando le risposte della politica, a partire da quelle di casa sua.
La partita Rai, infatti, sarà lunga e difficile ed, inevitabilmente, si intreccerà alle discussioni e alle polemiche già in atto sulle riforme istituzionali e sulla legge elettorale.
Per questo, prima di pronunciare giudizi definitivi, sarà il caso di attendere la proposta formale del governo.

Sino ad oggi si è compreso che il governo vuole fare presto e sbaraccare la legge Gasparri,e non saremo certo noi a negare questa urgenza. Allo stesso modo ci appare quanto mai opportuna la riduzione del numero dei consiglieri di amministrazione e la radicale trasformazione della commissione di Vigilanza, anche se forse sarebbe preferibile la sua abolizione, come hanno proposto i 5 Stelle.

Non sarebbe invece condivisibile la eventuale scelta di assegnare al Governo la decisione sull’amministratore delegato e di consegnare in esclusiva al Parlamento l’indicazione del consiglio di amministrazione. In questo modo la Rai sarebbe nuovamente posta sotto il controllo della politica ed in particolare del Governo di turno; questo percorso, peraltro, non sarebbe in linea con le ripetute promesse di voler finalmente liberare la Rai dal controllo diretto dei partiti, come hanno scritto su questo sito, tra gli altri Vittorio Emiliani eVincenzo Vita, due autorevoli conoscitori della materia.

Perché non pensare ad un pluralità di fonti di nomina del Consiglio, come peraltro era previsto da una proposta definita da Paolo Gentiloni, quando era ministro delle Comunicazioni?
Perché non delegare al consiglio medesimo o al comitato editoriale, come previsto nella proposta di Sel e firmata da alcuni parlamentari del Pd, l’indicazione dell’amministratore delegato, sottoponendo i  candidati ad un confronto pubblico e trasparente?

Qualunque sarà il metodo di nomina sarà il caso di definire una carta delle competenze e delle incompatibilità per individuare i requisiti essenziali e recidere non solo i cordoni ombelicali con la politica, ma anche quelli con i partiti del conflitto di interesse e dei cosiddetti “Signori degli appalti” che oggi esercitano influenze tanto oscure, quanto determinanti.
Non sarebbe infine disdicevole, per usare un eufemismo,se finalmente si volessero approvare nuove norme su antitrust e conflitto di interesse.

Nelle scorse settimane il presidente Renzi e non solo Lui, hanno più volte richiamato la necessità di ridare alla Rai una missione editoriale e culturale capace di ridare forza e vigore a quella che è stata ed è una delle più grandi aziende italiane; come dissentire da questo obiettivo?
Proprio per  questo occorre che la discussione sia profonda  e capace di non restare legata ai soli modellini di tecnica legislativa, industriale e finanziaria.
Sino  ad oggi il dibattito sui fini del servizio pubblico, sui modelli editoriali, sul pluralismo dell’offerta, eccezion fatta per le elaborazioni dell’Usigrai (che bene ha fatto ad indire una consultazione collettiva tra i giornalisti Rai), di Articolo 21, di Move on, di poche altre associazioni, è restato al palo, anzi non è mai partito.

Per queste ragioni, come Articolo 21, non ci faremo sponsor di questa o di quella proposta, ma presenteremo al governo e alle forze politiche il manifesto predisposto dal professor Roberto Zaccaria e approvato dalla nostra assemblea nazionale.

Un grazie infine a Renato Parascandolo e a quanti hanno voluto e sostenuto il concorso “Una nuova Carta di identitá per la Rai” al quale hanno formalmente aderito centinaia di scuole e migliaia di studenti.
Questo patrimonio di idee (che sarà valutato da una giuria presieduta da Sergio Zavoli), sarà messo a disposizione di chi vorrà ascoltare ed in primo luogo del Presidente Mattarella che, da sempre, ha manifestato una particolare sensibilità ed attenzione nei confronti dei valori racchiusi nell’articolo21 della Costituzione.

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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