Nel giorno di Selma. Sappiamo ancora marciare?

Sappiamo ancora marciare per i nostri diritti? Io credo di sì. Marciare sappiamo e lo abbiamo dimostrato più volte in questi anni. Contro l’abolizione dell’articolo 18 eravamo tre milioni e per un po’ siamo riusciti a impedirla. Ma quelli che non marciavano erano di più e bisognava convincerli. Come? Uscendo, come scrive Marnetto, “dalla nostra dimensione consueta di cittadini solitari, di associazioni chiuse, di organizzazioni autosufficienti”. Ma una volta per tutte, non soltanto per una marcia. Perché anche questo sappiamo, che la sinistra italiana è stata fino ad oggi irresistibilmente attratta dal frazionismo, dalla scissione, dalla scomunica reciproca. E chi cerca di richiamarla all’unità operativa, se non a quella organizzativa, si trova di fronte a mille difficoltà. Vale per i partiti ma in parte anche per le associazioni e i movimenti della cosiddetta società civile. Potremmo cominciare dal web, dai nostri siti. Proviamo a collegarli, magari con un link, come ha cominciato a fare articolo 21. Mettere in comune le pagine sui social network, allargando il confronto fra iscritti e lettori, non significa rinunciare alla propria identità e ai propri obbiettivi. Una “coalizione sociale”, se è questo che vogliamo, non può vivere di una manifestazione una volta l’anno (nandocan)

LeG Roma***da Massimo Marnetto, 7 marzo 2015 – Sappiamo ancora marciare per i nostri diritti?

Me lo chiedo a 50 anni dalla marcia di Martin Luther King a Selma, per chiedere il voto agli afro-americani. Me lo chiedo in un’Italia dove diritti essenziali sono stati lesi.  Il lavoro è ricattabile a tempo indeterminato, la rappresentanza è svuotata, la parità puzza di mimosa, la diseguaglianza sociale viene normalizzata dal liberismo dilagante, la povertà non fa più notizia.

 Allora marciano? Con chi? Verso dove?  Si può fare, ma sapendo che per marciare occorre uscire di casa. Cioè dalla nostra dimensione consueta di cittadini solitari, di associazioni chiuse, di organizzazioni autosufficienti.
Ma non è tutto.
Per mettersi in marcia bisogna selezionare insieme pochi obiettivi prioritari. E concentrare la fatica solo su quelli. Martin L. King avrebbe potuto chiedere molte cose al governo americano, ma ha concentrato la sua battaglio sul voto, perché sapeva che quello era il punto fondativo di dignità e democrazia, dal quale poi aprire una rivendicazione ben più vasta.. In questo periodo di accentramento del potere e di svuotamento dei diritti potremmo batterci per molte cose, ma dobbiamo unirci su quelle che fondano la nostra dignità.
Lo faremo insieme il 28 Marzo, con la Fiom, Libera, Emergency, Studenti, cittadini e tante associazioni.
Decideremo insieme i punti essenziali di reazione. Tra la derisione degli scettici, le calunnie dei dietrologi, l’arroganza delle caste.
Ma noi inizieremo a marciare
Insieme, con una coalizione sociale
Massimo Marnetto
Libertà e Giustizia di Roma

Pubblicato da nandocan

Mi chiamo Fer nando Can cedda. Il nome del sito è un facile omaggio a Sandokan, eroe letterario di un’infanzia remota. Sono nato a Cagliari l’8 Maggio 1936. Nelle strade italiane si festeggiava la precaria conquista di una colonia africana. Sardi erano i miei genitori e così i loro ascendenti, solo la nonna materna era di Firenze. Devo forse a lei se la famiglia si trasferì in quella meravigliosa città e lì sono cresciuto, primo di cinque fratelli. Studi classici e laurea il Giurisprudenza. Il babbo, funzionario statale, voleva fare di me un magistrato ma io ero aspirante giornalista già dal liceo: scrivevo, ciclostilavo e distribuivo il giornalino scolastico. La prima “vera” redazione è stata, nel 1962, quella del “Giornale del Mattino“. Era la stagione di una Firenze culturalmente vivace e cosmopolita, del sindaco La Pira e di don Lorenzo Milani,. Io avevo già lasciato l’Azione Cattolica per il “Cenacolo” di Padre Ernesto Balducci. Scrivevo per “Testimonianze”, una delle riviste del “dissenso” cattolico. E fu proprio padre Balducci a benedire – nel dicembre del ‘64 – il mio matrimonio. Un anno dopo, con una sposa appena laureata in lettere e una figlia di poche settimane, viaggiavo verso Roma a bordo di una Fiat “850”. Assunto con selezione pubblica dal telegiornale RAI, l’unico allora in Italia, direttore Fabiano Fabiani. A trent’anni entrai nella redazione del mitico “TV7″, il sogno di ogni giovane giornalista. Nel 1969 la nomina a “inviato speciale”, secondo e ultimo gradino della mia carriera professionale. E la nascita del secondo e ultimo figlio, nel medesimo anno. Nel 1976 l’invito di Andrea Barbato a entrare nella prima redazione del “TG 2“, invito accolto ovviamente con entusiasmo. Pochi anni dopo, con l’avanzata implacabile della lottizzazione, Barbato venne costretto ad andarsene e l’entusiasmo cominciò a venir meno. Chi non aveva “santi in parlamento” poteva affermarsi solo se molto disponibile e io non lo ero. Al contrario, mi impegnavo nel comitato di redazione, nell’Usigrai, mi esponevo nelle assemblee. Riuscii a salvarmi professionalmente lavorando nelle rubriche e nei servizi speciali, occupandomi, spesso con soddisfazione, di cronaca, di cultura, di costume, di religione. Finché al TG 2 sopravvisse dignitosamente il giornalismo d’inchiesta, ci fu ancora modo di divertirsi, o almeno di lavorare con serietà. Nel ’96, sotto la direzione di Mimun, scelsi lo “scivolo” e la pensione anticipata. Da allora continuo a fare il giornalista, soprattutto su Internet, ma a titolo gratuito e volontario e lo stesso vale per il servizio che ho sempre reso ai colleghi negli organismi della categoria (ordine, sindacato). Nell’ottobre del 2013, ho compiuto 50 anni di professione. E’ dal 1994 che aspetto l'”Ulivo“. Nel 2008 mi sono deciso per la prima volta a entrare in un partito, il PD, per aiutarlo a diventare davvero “nuovo”. E sono diventato nonno.

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